I Resistenti, con il Sud

Aldo D’Andrea – Oggi in Italia: l’ora delle responsabilità.

Posted by Staff su marzo 24, 2013

L’ora delle responsabilità. E’ tempo che il pensiero volga agli interessi del Paese, con generosa retrocessione di liturgie infarcite di retorica e di illusioni; è tempo che rinasca nel ceto dirigente una nuova salvifica sensibilità; è tempo che  si rifugga da un passato pieno di errori e di scadimenti e si lavori per infondere nel popolo italiano quella nuova fiducia necessaria a rinsaldare il vincolo tra cittadini e ceto politico.

Stiamo vivendo, speriamo ancora per poco, il tempo della confusione, e non sta cominciando bene la legislatura; le fresche rappresentanze elette paiono protese a dilettarci con atteggiamenti, per così dire, “molto folkloristici”, tanto per rinverdire pessimi sarcasmi inglesi, piuttosto che ad assumere la consapevolezza delle difficoltà in cui il Paese versa.

Ci siamo cacciati in un bel guaio, e ancora increduli, mal ci adattiamo all’idea di una povertà di ritorno, ormai ampiamente certificata dalle spietate analisi del Censis e di altri osservatorii simili; qui si parla che povertà estrema colpisca oggi il 25% dei cittadini meridionali e il 12-13% dei cittadini delle altre aree della Penisola. Questo basta ed avanza per dirci delle tribolazioni che un popolo dell’occidente avanzato, abituato a sentirsi “invidiato” per civiltà e ricchezze, oggi scopre sue vulnerabilità da tempo relegate in polverosi angoli della sua Storia.

Siamo fotografati come un Paese dove i nostri figli mal trovano risposte ai loro bisogni, come un Paese da cui si fugge, proteso all’emarginazione di se stesso, in un orrido “cupio dissolvi” che, per colmo del paradosso, almeno smetterà nella sua inciviltà verso l’immigrazione clandestina, visto che il suo declino ne sta velocemente bruciando le residue categorie attrattive. In più, e non per secondo, subiamo i guasti derivanti dalla irrisolta “questione meridionale”: termine di sottosviluppo e di crescita criminale.

E questa “questione”, ormai, entra di diritto nel casellario delle malvagità che il nostro Paese attua scientemente e pervicacemente contro un terzo di se stesso, l’intero Sud della penisola; spia fedele ne è che i ragazzi, superato il tempo della adolescenza, danno corso finale al loro apprendistato nella scuola della disperazione, conseguendo  il diploma dell’emigrazione purché sia, anche verso terre non sempre accoglienti.

Va così da molto, e, in compenso, quasi come accessorio fustigatorio, è cresciuto pure l’avido biascicare di “sofferenze settentrionali”, con annessi “federalismi fiscali” ristoratori, di redditometri, di disciplina di bilancio o di altre simili amenità tanto care a gaudenti inveterati, a strafottenti genetici, a insaponatori di corde nella casa dell’impiccato. Si è mai sentita qualche forza politica declinare un piano serio e vero per il rilancio delle nostre terre, dicasi anche ora, e cioè dopo gli sconfortanti comunicati degli osservatorii sociali? Non sia mai; forse perché non è “trend”.

La politica dà segni di crisi profonda, e quella dei partiti politici la segue o forse addirittura la precede; certo è che alcuni partiti capaci di elaborare progetti e preparare classe dirigente sono scomparsi del tutto, mentre altri, nuovissimi, hanno imparato a vivere e ad alimentarsi ricorrendo all’effimero sollievo del riconoscersi e incarnarsi in figure “leaderistiche”. Alcuni di questi partiti trovano ragioni di esistere solo per basse concupiscenze, e si esprimono perciò come prolungamento di personali utilità.

E per maggior danno nostro, si aggiunga pure che gli attuali leaders che dominano la scena politica nazionale sono tutti di origine settentrionale; lo è Berlusconi, lombardo, lo è Grillo, ligure, lo è Monti, lombardo, giusto per stare ai maggiori. Pensare che queste persone possano svegliarsi la mattina avendo nei pensieri le sorti della parte debole del Paese, è davvero credere che alla fine “il leopardo sarà smacchiato”.

Non a caso, né per dimenticanza, ho escluso dalla lista il Partito Democratico. Ultimo tra i partiti con assetto tradizionale, è luogo ove non si disdegnano scontri laceranti ma, in compenso, ove male albergano personalismi puri. Spazi e sprazzi di politica in quell’ambiente che concede poco alle educande ci sarebbero, dunque, anche in considerazione della varietà e della molteplicità delle posizioni politiche che ivi si esternano; però anche lì di idee e posizioni convincenti su ciò che è da farsi per un vero riscatto culturale, etico, economico delle terre del Sud-Italia, se ne ascoltano pochine e confuse, e ne confesso la delusione cocente, specie dopo avere ascoltato l’on Bersani all’uscita dall’incontro con il Presidente Napolitano.

Vero è che ha parlato da statista, lui, unico, però malgrado ciò, sul Sud-Italia non ha profferito parola, quasi come se il meridione della penisola non fosse “la” questione, e fingendo così da farci credere che il Paese si stia ritrovando omogeneo nella sua geografia di sofferenza. Non è così, on Bersani,  lei lo sa, ed essendo lei il segretario pro-tempore, o forse il nuovo Presidente del Consiglio, sarebbe auspicabile per noi italiani emarginati che sapesse adoperarsi affinchè  fosse il PD, o il suo Governo, a incarnare le istanze di rinnovamento e di riscatto cui il Sud-Italia anela. Nella mia memoria, sono fermo al ricordo fantasma della declamata “seconda fase” del governo Prodi.

Se  il Partito Democratico, ancor più rafforzato nei principi e nell’etica della sua classe dirigente, si impegnerà su questo, allora non si troverà lontano da quella “borghesia culturale” meridionale, invocata da Guido Dorso, oggi ancora sconsolata per una speranza di civiltà dei costumi che vede sempre distante e che, per contro, si trova vicino alle truffaldine sommatorie di tracotanze fatte da vitalizi e da altre varie scostumate prebende, prelevate senza scorno alcuno dalle tasche dei lavoratori, allo stesso modo che siano essi imprenditori o dipendenti.

Fa male pagare tasse così alte per soddisfare appetiti e privilegi disonesti.

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