I Resistenti, con il Sud

Aldo D’Andrea IdV Avellino: Il voto degli italiani nascerà dall’indignazione

Posted by Staff su agosto 3, 2012

“facit indignatio versus”

 Se la vena poetica di Giovenale fondava sulla indignazione, “facit indignatio versus”, una stessa simile dovrebbe orientare le intenzioni di voto e le conseguenti scelte politiche, con la concessione di ampi consensi a quelle forze politiche oggi attestate inequivocabilmente su posizioni di intransigente opposizione all’attuale mercatismo”.

 È necessario, come da più parti espresso, che si levi alta la voce contro la tentazione del pensiero unico, o, detto in termini più diretti, contro i reiterati tentativi di convincere che la crisi economica nella quale ci imbattiamo possa essere arginata solo con dosi di maggiore liberalismo.

 E non è vero.

Bandiere di questo credo sono invocazioni come “meno Stato, più società”, o “lotta agli sprechi”, o “spending review”, che, in modo subdolo, nascondono in effetti arretramenti del “welfare” e sottraggono sicurezze ai cittadini.

Deve essere chiaro questo, come pure deve essere chiaro che i grandi sprechi, quelli veri, sono in testa alla “casta”, e quelli giammai s’avranno da toccare, pena perdita di quei privilegi conquistati che permettono di ascendere all’esclusivo club dei ristretti, di cui sono membri i “nostri” ben pasciuti dal denaro pubblico.

 E al proposito, si segnala la denuncia dell’on. Silvana Mura, IdV, riguardante l’aumento di 10 milioni di euro che i nostri baldi parlamentari si sono regalati con la già corposa “legge mancia”.

Altro furtivo aggiuntivo cadeau. Deve essere chiaro, allora, che le “revisioni” da fare, “loro” le ricercano altrove, e cioè, che so, su pensioni e diritti dei “sudditi”. E vai con le mannaie; si parte dalla riforma delle pensioni, e, con leggiadria associata ad ipocrita sofferenza, si decide di “riformarle” tanto da… “abolirle”.

Infatti, questa riforma frutto dell’abilità dell’esimio duo Monti-Fornero, cancellerà sostanzialmente nei prossimi anni a venire il sistema pensionistico in Italia; i nostri ragazzi andranno in pensione a 70 anni e, con l’attuale precarizzazione del lavoro e gli scarsi contributi che riusciranno a versare, avranno poco di che godere a quella età.

E a questa “loro sofferta” ma “purtroppo necessaria revisione invocata dai mercati”, con la pochezza tecnica di chi riesce ad inventarsi l’appendice degli “esodati”, il predetto esimio duo ne ha concepito un’altra, quella della “riforma del lavoro”, ovvero quella dei licenziamenti più facili. Già, perché malgrado la crisi della domanda, o dell’aumento della disoccupazione, il duo suddetto ha posato il suo occhio “benevolo”(sic) sul suo contrario, sull’offerta, cioè sulla “flessibilità in uscita”, ovvero sul licenziamento agevolato.

Hanno fatto proprio così, riforma delle pensioni e riforma del lavoro, e tanto fa pensare sia a recondite subordinate disgregatrici di civiltà sociale, quanto a loro moti di furore ideologico, versato per la causa della riduzione dei diritti civili o dell’allargamento delle debolezze sociali. Nessuno stupore se poi da queste “opere”ne scaturirà una “società dei bisogni”, con annessi comportamenti tracotanti e prevaricanti verso i ceti deboli, ancor più prede di necessità esistenziali.

Non può che essere questa la lettura dei provvedimenti attuati da questo Governo, generato dal Presidente della Repubblica a giustifica del “vulnus” del berlusconismo; Governo però non rappresentativo del consenso popolare e che, pertanto, può essere incluso tra le eccezionalità previste delle democrazie, ma che proprio per questo deve essere di durata limitata, per principio.

Comunque il ricorso al voto anticipato sarebbe stato cosa ben più opportuna ed in linea con i criteri della democrazia stessa; almeno i provvedimenti così penalizzanti per i ceti deboli attuati dal governo Monti, avrebbero se non altro avuto i crismi della legittimità democratica, e perciò sarebbero forse stati maggiormente digeribili. Inoltre, è utile ricordare che negli USA, al tempo della crisi del 1929, l’amministrazione Roosevelt si inventò il “new deal”, cioè fece ricorso a provvedimenti del tutto antitetici rispetto a quanto si è posto in essere per fronteggiare la crisi qui, in Italia ed in Europa.

Lì, negli USA, non si ebbe timore del debito pubblico pur di rilanciare i consumi privati ed evitare la recessione economica, qui, al contrario, si è scelta la strada di “affamare la bestia”, cioè la strada opposta, quella rigorosamente osservante dei criteri liberali, con il ricorso alla riduzione degli investimenti e al taglio delle spese per i servizi.

Il risultato che ne è venuto è sotto gli occhi di tutti, ed è fatto di recessione, chiusura delle aziende produttive, aumento della disoccupazione, ancora più alta tassazione, e….udite udite..aumento del debito pubblico, pure sfiduciato dagli investitori. Sicuramente con questi criteri economici, gli USA non sarebbero mai usciti dalla crisi economica del ’29.

È questo l’esempio calzante che è altra la strada che ci dovrà portare fuori dalla crisi economica, con buona pace delle falsità pubblicistiche del “pensiero unico” .

Ora, che Alfano e Casini siano in linea con questa politica e con Monti appare da sempre essere una cosa scontata, ma il Partito Democratico?

Dall’indignazione nascerà il prossimo voto degli italiani.

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