I Resistenti, con il Sud

Taurasi (Avellino) 7.4.2012 – Antonio Panzone: c’era una volta la ferrovia. . . (!?)

Posted by Staff su aprile 7, 2012

C’era una volta la ferrovia. . . (!?)

 

C’era una volta la ferrovia, di noi irpini e oltre, che, considerandola positiva quale contributo allo sviluppo, decisero di favorirne la realizzazione  a nome di un servizio, che dal passato doveva nel tempo favorire la crescita delle generazioni future. . .L’illusione che ci accomunò fu non solo l’idea di un capoluogo comune, come Avellino, ma che facesse dell’Irpinia tutta il cuore comune della  nostra gente. . .

Un’Irpinia che coltivava sogni possibili, legati a medie e piccole  imprenditorie, allo sviluppo dell’agricoltura,per il quale l’acqua era necessaria, in merito ad una terra generosa che, come abbiamo visto, divenisse il riferimento del tutto Doc, grazie soprattutto alle nostre produzioni eccellenti, in attesa di essere v a l o r i z z a t e, in maniera da rientrare in una proposta turistica che rappresentasse il sogno di vita per la sopravvivenza nostra e dei nostri figli. . . Col tempo tutto sembrò possibile. . . ci credette la stessa Natura . .  partecipando benevola al nostro progetto . . .

Col tempo, in effetti, diventò meravigliosamente tutto Doc, dando luogo gradualmente ad  un mosaico, una pittura che sarebbe stata perfetta, se non si fosse intromessa certa mano dell’uomo: il sottofondo apparve di varie tonalità del verde delle nostre valli – qualcuno osò definirla” la Svizzera dell’Italia”-, in cui correvano copiosi i fiumi, mentre   una suggestiva ferrovia, col suo treno  a vapore, collegava i paesini lungo gli andirivieni delle nostre colline.

Apparvero nel loro splendore il rosso dei tramonti, ma anche il grigiore dei nostri inverni, quest’ultimi carichi di nuvole, piovosi, con lo scopo di approvvigionare l’acqua,quali arterie del cuore pulsante  delle nostre colline, risalendo le gole più profonde, per dare impulso vitale a persone, animali e cose.

Doc divennero il vino, la castagna, i tartufi, i caciocavalli, il miele; intermezzi  delle  faticose giornate  di lavoro divennero in un misto di laico e religioso le feste, la musica, il ballo, quali  motivi per assicurare il divenire della vita,   dalla tarantella alla tirata del carro (Mirabella,Fontanarosa,Sturno), . .al Carnevale (Paternopoli,Montemarano, Castelvetere, Bellizzi), alle sagre, ai luoghi della spiritualità e della fede (Goleto, San Gerardo, Madonna Schiavona a Montevergine, ecc.), cui fecero riscontro i valori culturali, come l’arte, la storia attraverso la miriade di castelli che trapuntano l’intero nostro territorio, il turismo invernale sul Laceno, fare trekking nelle stagioni meno fredde.

A tutto questo fu aggiunta dal progresso di allora la Ferrovia, che aveva lo scopo di facilitare gli spostamenti per motivi di lavoro, studio, avvicinando la nostra gente per diverse decadi di anni,al punto da farla diventare “tutta irpina”, seguendola nelle vicissitudini della vita umana, nelle buone e nelle tristi circostanze:nei momenti difficili, come nel duro e innevato inverno e come in circostanze calamitose come nel sisma dell’80 o per spostarsi per lavoro come capitò in seguito ai falsi nuclei industriali del dopo sisma ‘80.

Non sempre, tuttavia, essa fu foriera di avvenimenti lieti. . . come  quando accompagnò la nostra gente nel porto di Napoli, da dove emigrarono per le Americhe, o ,quando per decisione governativa li indirizzò verso le miniere di carbone dell’Europa centrale o in Germania, in Svizzera. Per tanti nostri cari diventò emigrazione senza ritorno, indebolendo la nostra organizzazione sociale, da cui deriva lo sfascio attuale.

Una ferrovia che era stata voluta da tutti, i Grandi dell’Irpinia, ma anche della Basilicata e della Puglia di fine ‘800, che fermamente lo decisero, come quelli di Pontida, e ne celebrarono la realizzazione. Da quel famoso ottobre del 1895 , seguendo gli alti e bassi delle vicende , senza mai avere la certezza della sopravvivenza, alla stessa maniera di una persona malata, pure ebbe una vitalità talmente forte da far pensare alla sua presenza quale parte integrante del panorama delle nostre vallate.

A tirare le fila fu sempre la mala politica o politica del tornaconto.

Oggi, dopo un lento periodo di agonia, come un malato terminale, la ferrovia viene chiusa definitivamente. Non ha valore come monumento storico, né serve a ricordare quanto potè la nostra gente una volta che fece sentire “unita” la sua voce, né come parte del paesaggio, e, frattanto, essendo stata chiusa al traffico, binari e tutto l’apparato formano come un cimitero delle auto,uno spettacolo indegno, dove stanno avendo sempre più la meglio spine, sterpi. . . contrasto stridente col suo antico splendore, mentre ancora alla vista del visitatore casuale compaiono nella loro maestosa mole resti e foto di alcune sue solenni stazioni, sostituite da insulsi prefabbricati,e ponti giganteschi, che costeranno molto di più per essere rimossi.

Il ponte Principe, che, contrariamente alla fragilità di altrettante attuali opere, è sorretto da piloni impiantati a ridosso del fiume Calore, che, ciò malgrado, non accusa alcun cedimento da oltre un secolo di fronte alla furia delle acque invernali, né  di fronte alle secche estive, essendo l’acqua dei nostri fiumi captata per volontà umana dall’Acquedotto Pugliese, per soddisfare l’esigenza di sviluppo appunto del tavoliere pugliese.

Anche le profonde gallerie, frutto della sapiente opera di ingegnosi tecnici, unito al costo di tutto l’apparato, di cui si compone una tratta ferroviaria – un megaprogetto che è costato il sacrificio di chissà quante tasse ad un popolo del Sud, sempre accantonato e per questo reso sempre più  bisognoso-,vanto dell’impegno di De Sanctis, Giustino Fortunato, e di tanti altri nostri rappresentanti in parlamento. . . oggi di questa superba testimonianza di civiltà,oggi ogni angolo langue per ben oltre 100 km.,come un corpo morto, da Avellino a Rocchetta Ponte Santa Venere.

Oggi questa ferrovia  è un enorme immondezzaio, ha un sapore di abbandono, cui si legge la prostrazione di tanta parte del Sud. Un Sud che paga le tasse senza avere infrastrutture, un Sud che conosce una sola hobbsiana politica dell’homo homini lupus, mentre c’è chi ci vuole convincere a festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

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