I Resistenti, con il Sud

AVELLINO 6 MARZO 2009 ORE 16,00 PRESSO HOTEL DE LA VILLE, LA CONFERENZA PROGRAMMATICA DEL PD IRPINO: IRPINIA E’ GIA’ DOMANI

Posted by Staff su marzo 6, 2009

Irpinia. E’ già domani.

LA CONFERENZA PROGRAMMATICA

Premessa

Questa è la base di partenza, attorno alla quale, il Pd irpino intende costruire insieme a tutti i partiti del centrosinistra, le forze sociali, di categoria, imprenditoriali e associative, la piattaforma programmatica per i territori.

Questa bozza, nasce dal lavoro di discussione ed elaborazione dei 21 dipartimenti, insediatisi alla fine del mese di agosto 2008. Ventuno gruppi di lavoro, luoghi aperti al contributo di iscritti e non, che autonomamente hanno prodotto riflessioni e proposte.

Successivamente, si sono susseguiti i momenti di ascolto e confronto con le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali, con il mondo imprenditoriale, le associazioni di volontariato e del terzo settore, il mondo della scuola e dell’università, le assemblee dei circoli locali del Pd, e quindi il territorio, con l’obiettivo di raccogliere sollecitazioni, contributi e critiche, al fine di costruire insieme le idee del domani per la nostra Irpinia.

Con la conferenza programmatica del 6 e 7 marzo completeremo questo percorso e presenteremo quelle che sono le idee del Partito Democratico per il futuro della Provincia di Avellino. Un programma da condividere con i cittadini e le altre forze politiche e sociali, con l’obiettivo di mettere in campo le proposte migliori e condivise con le quali candidarci al governo delle nostre comunità. Il Programma che dovrà essere l’elemento essenziale in grado di rafforzare la nostra identità e di farci stare tra la gente parlando un linguaggio chiaro e proponendo una visione organica del nostro territorio che dia speranza e fiducia ai cittadini: ripartendo dalla tante buone cose fatte con il coraggio di mettere in campo nuove idee, per reagire alle difficoltà del presente e per farsi trovare pronti davanti alle sfide del futuro.

Il Pd ha le potenzialità per essere uno dei perni importanti per la vita politica, economica e sociale di questa provincia: per farlo deve essere all’altezza delle aspettative, rispondendo alle domande e alle sfide in maniera adeguata. Se riusciremo a indicare nuove idee e nuovi progetti avremo lavorato per il futuro del nostro territorio e della nostra comunità.

Il Pd nasce come partito riformista. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di discutere approfonditamente la nostra collocazione ideale dal punto di vista politico e programmatico, proprio mentre le trasformazioni che stanno attraversando il mondo e l’Italia pongono quesiti e domande complesse. In questo momento è importante che si discuta nel merito della nostra funzione, per continuare nella costruzione e nell’irrobustimento del soggetto politico che abbiamo messo in piedi.

Il Partito Democratico, pur attraversando fisiologiche difficoltà dovute ad una nascita avvenuta in una fase molto travagliata della politica e della situazione internazionale, sta dimostrando di poter dare un contributo decisivo al rinnovamento della politica italiana. E’ un soggetto che ha una sua ragione storica e culturale di esistenza e che, per crescere, ha ancora bisogno di aprirsi all’esterno e di discutere al suo interno. In questo senso il percorso della conferenza programmatica rappresenta un momento fondamentale per costruire un’identità forte e condivisa, basata sulle idee e sulle proposte per il futuro.

La conferenza programmatica si svolge in un momento storico di passaggio. Il processo di globalizzazione in atto, ormai da tempo, ha prodotto cambiamenti enormi a velocità inaudita: nuovi protagonisti sono entrati nella storia ed equilibri consolidati vengono messi in discussione stravolgendo gerarchie che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili. I problemi da affrontare sono, sempre più grandi e complessi, ma esistono anche innumerevoli opportunità e affascinanti sfide si profilano all’orizzonte.

Per dare risposte adeguate è fondamentale capire cosa sta accadendo in un mondo che a prima vista sembra lontano, ma che in realtà non è mai stato così vicino come oggi. La concorrenza con cui ci misuriamo cambia velocemente e diventa più complessa: la competizione dei paesi emergenti non avviene più solamente sul costo del lavoro ma si è già abbondantemente spostata sul campo della conoscenza, della ricerca e dei mestieri qualificati. Se vogliamo trovare risposte efficaci dobbiamo capire dove investire e quale è il terreno in cui si giocheranno le sfide.

Siamo all’alba di una fase nuova, in cui si è esaurita la spinta di quella che alcuni hanno definito “prima globalizzazione”, che, oltre a grandi cambiamenti, ha lasciato in eredità enormi problemi irrisolti: forti disuguaglianze legate alla distribuzione delle risorse e all’accesso alla conoscenza e alle tecnologie che rischiano di provocare conflitti sociali di portata planetaria. La fine di questa spinta non a caso coincide con la crisi del modello di sviluppo neoliberista, nato alla fine degli anni Settanta, cresciuto nel mito del mercato deregolato e sfociato nella crescita abnorme di un sistema bancario e finanziario che sfugge ad ogni regola, sia i rischi di una corsa incontrollata a guadagni, apparentemente facili e a consumi al di sopra delle possibilità reali.

Le forze di centrosinistra, che in tutti questi anni hanno cercato di opporsi ad una deriva delle regole di controllo dei mercati, hanno il compito di indicare una via nuova, nuovi modelli di sviluppo e di società che siano in grado di dare risposte ai cambiamenti.

La portata della crisi è tale da riguardare non solo le istituzioni finanziarie, ma anche le famiglie, i lavoratori, i pensionati, i cittadini del nostro Paese, ed in esso, quelli della nostra realtà territoriale. L’Italia è entrata in una fase di recessione, per la terza volta dal dopoguerra, dopo le gravi crisi del 1975 e del 1993: il Pil italiano è risultato negativo per due trimestri consecutivi. La crisi riguarda l’economia reale, le piccole e medie imprese, gli imprenditori italiani, quelli che partecipano più direttamente alla costruzione del PIL e rappresentano una forza importante per il Paese. Quel sistema di piccole e medie imprese che, in questa crisi, in assenza di interventi a sostegno della loro competitività, rischiano di essere tra le più vessate e colpite.

Per rispondere a questi grandi interrogativi non ci sono alternative a quelle rappresentata da una politica in grado di sviluppare un modello di pensiero nuovo, al passo con i tempi e pronto a riconoscere i nuovi protagonisti della scena mondiale, rifiutando le tentazioni unilaterali e ridefinendo le regole e gli strumenti di governo per riformare le istituzioni transnazionali e renderle maggiormente rappresentative.

Una politica in grado di dare risposte al tema ambientale, a quello dello sviluppo sostenibile, a come coniugare il tema dell’allargamento dello stato sociale all’interno di una crisi come quella che stiamo vivendo. Una politica in grado di ridefinire i confini tra Stato e mercato, tra sicurezza e libertà, dando centralità all’Europa. Gli argomenti da affrontare sono molteplici e per questo occorrono risposte innovative e riformiste a problemi difficili e lontani da noi. La vittoria di Obama negli Stati Uniti ci dice che è possibile seguire una nuova via della politica e dello sviluppo che sia vincente: ci dice che esiste uno spazio per una proposta riformista che sia alternativa al conservatorismo e al protezionismo della destra. Ci dice che un altro mondo è possibile.

Campania – un territorio ricco di potenzialità.

Le difficoltà che sta attraversando la Campania, ed in essa l’Iprinia si inseriscono in un contesto mondiale e nazionale. Inoltre, l’economia campana, come del resto tutto il Mezzogiorno, manifesta le maggiori difficoltà, mettendo in luce problemi strutturali, in particolar modo nel comparto industriale, e non solo. Ciò determina, il ridimensionamento della quota delle esportazioni, collegato ad una specializzazione manifatturiera orientata su prodotti a basso contenuto tecnologico; terziario poco innovativo e di dimensioni troppo elevate (indice di una deindustrializzazione). Sono questi alcuni dei fattori che hanno diminuito la produttività del lavoro e hanno creato un calo degli standard di vita, riducendo il potere di acquisto e aumentando le disuguaglianze.

Il comparto dell’artigianato e della piccola impresa in generale sono tra quelli in maggiore sofferenza nell’economia campana. Tutti i settori vedono diminuire il fatturato rispetto al 2007 in maniera molto forte a causa di un mix di fattori negativi di natura sia strutturale che congiunturale: alla crisi del modello imprenditoriale tradizionale, si aggiunge un calo dei consumi. Queste problematiche determinano sulle imprese un contraccolpo economico e finanziario, ma anche e soprattutto psicologico, che può avere effetti pari a quelli della crisi economica e a volte anche peggiori. La crisi in atto acuirà le sofferenze della nostra regione, ma costituirà anche l’opportunità di rivederne in profondità la struttura economica, in termini di assetti territoriali, offrendo lo spunto per andare a ricercare settori nuovi in cui investire, tenendo conto, appunto, delle proprie specificità territoriali.

Le sfide che ci aspettano richiedono risposte adeguate e coraggiose. Conosciamo i nostri territori e sappiamo quali sono le risposte di cui hanno bisogno.

Molte di queste, infatti, sono già state inserite nel PTR (Piano territoriale regionale) e nei relativi STS (Sistemi territoriali di sviluppo) e in altri strumenti di programmazione che serviranno per mettere in campo un progetto nuovo che introduca un alto tasso di qualità e di dinamismo nel sistema.

La Campania ha le capacità e le risorse per raccogliere le sfide che l’aspettano, parte già da una base di saperi, di competenze e di capacità che nel corso degli anni hanno rappresentato la forza di questa regione. Pensiamo al grande patrimonio di conoscenza rappresentato dalle università; ai poli industriali; ai distretti; alle punte di eccellenza; alle possibilità di comunicazione; al sistema agroalimentare; alla bellezza e alla storia delle nostre città e dei nostri paesaggi. Per realizzare un ulteriore salto in avanti bisogna sfruttare tutte le opportunità messe a disposizione dai fondi 2007-2013. L’obiettivo è quello di innovare i tradizionali settori di punta, ma anche aprirsi alle nuove idee e ai contenuti legati alla ricerca, per dirigersi così verso altri settori che possono garantire differenti sbocchi.

Il Pd deve essere il motore di questo cambiamento, rompendo con le inefficienze strutturali e indicando il tipo di modernizzazione che vogliamo. Dobbiamo scegliere su quale sviluppo investire, per costruire una regione dinamica ed intraprendente che riesca a valorizzare quel patrimonio di saperi, di cultura e di ambiente che costituisce la nostra forza e la nostra identità. Tutto questo senza dimenticare chi è in difficoltà, cercando di continuare ad eccellere nella capacità di mantenere un tessuto sociale forte ed un welfare di alto livello. L’intreccio tra crisi economica e cambiamenti sociali può mettere in discussione il mantenimento di quei servizi indispensabili alla conservazione di un elevato benessere.

Aggredire la crescita deve essere l’obiettivo primario dei prossimi anni, un fronte difficile e complesso, ma che se affrontato ci farà superare questo momento, rilanciando la nostra regione in Italia e nel mondo. Per farlo ci vuole una ripresa di vigore del riformismo in materia economica, sociale, di governo del territorio e di assetto istituzionale. Il Pd dovrà interpretare questo ruolo, avendo sulle spalle la responsabilità fondamentale in una regione dove è la forza politica più importante.

Le cento irpinie

In questi anni le nostre istituzioni hanno lavorato molto, però non sempre sono riuscite a mettere in campo idee e progetti che hanno contribuito a rinforzare ed innovare la provincia di Avellino. Il lavoro fatto è riuscito, però, a mantenere un livello dei servizi e della qualità della vita dignitosi, nonostante i tagli operati nei trasferimenti statali e le minori risorse a disposizione. Tutto ciò rischia però di non essere sufficiente a rispondere alla crisi economica e a un mondo che cambia ad una velocità ancora più forte di quanto pensassimo.

Su questo versante, bisogna accelerare sul decentramento, che non deve tradursi in una proliferazione di Enti e in un sovraccarico di costi, e nemmeno in una burocrazia sempre più lenta ed inefficace. L’obiettivo deve essere la semplificazione, evitando, appunto, la proliferazione degli Enti e dei connessi pareri; l’autonomia degli uffici dalla “politica”; il cinismo del monitoraggio a due velocità, uno per gli amministratori e uno per gli uffici; i percorsi tormentati della legislazione sui lavori pubblici, che spesso rendono impossibile governare questi con efficacia. E’ questa la sfida alta che il PD irpino intende raccogliere e rilanciare con la propria conferenza programmatica.

Bisogna, altresì, ricordare l’esperienza spesso non esaltante dell’uso dei fondi strutturali 2001-2006. In Irpinia, nel quinquennio trascorso sono stati attivati progetti per un importo di circa 1300 milioni di euro. Queste risorse sono state utilizzate per interventi non sempre efficaci, a volte confusi e contraddittori, frantumati in centinaia di centri di spesa. Pur non volendo liquidare tutto come inutile, si deve rilevare che gli impieghi sono stati fondamentalmente quantitativi e che, in alcuni casi, hanno alimentato un circuito economico e politico perverso ed immorale. Di qui occorre partire per una svolta: dalla frantumazione della spesa si passi alla concentrazione, dalla quantità alla qualità. In questo riteniamo di assumere a riferimento le “buone pratiche” consolidate, che ci evitino l’errore storico di perdere la memoria del ben fatto, lasciando emergere solo le azioni inefficaci.

Mutamenti in atto – le condizioni dei territori.

In un sistema “mondo” che cambia radicalmente a velocità spesso inattese, la provincia di Avellino non è estranea ai grandi mutamenti in atto. E’ cambiata e sta cambiando, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista sociale.

Dal punto di vista della popolazione residente, questa è cresciuta nell’arco di un decennio di solo il 2,3%, rispetto al 4,6% del paese Italia, passando da 429.000 (2001) ai 438.000 abitanti (2008). Il dato ci conferma come, la nostra provincia sia una provincia che sta invecchiando, pur essendo nella regione più giovane d’Italia, ma soprattutto confermando, impietosamente, i trend migratori che da sempre l’hanno caratterizzata. Per quanto riguarda il tasso di nuove nascite, nella nostra provincia nascono 8,5 bambini ogni mille abitanti. Di fatto, in Irpinia, nasce un bambino in meno rispetto alle medie nazionali dove, come per quanto riguarda il tasso di crescita di popolazione, la componente straniera ne determina, appunto, la differenza. A questo, va aggiunto un tasso di mortalità pari 9,5/000, che determina i termini assoluti, un tasso di spopolamento che è meno evidente grazie alla componente straniera, che si attesta, grosso modo, alle 41.000 unità.

Di fatto, però, la provincia di Avellino ha ripreso i tassi di spopolamento, pari e a tratti peggiori di quelli del decennio 1951-1961. Periodo nel quale il tasso di spopolamento raggiunse (tenendo fuori dall’analisi la sola città di Avellino e Solofra che hanno avuto un tasso di crescita dello 0,9%) il 113%, ovvero, ogni 100 abitanti se ne persero 13, tendo conto del saldo tra morti e nati. Da questo punto di vista, si noti come lo spopolamento territoriale non sia per niente uniforme, mentre la rete dei comuni circostanti la città di Avellino, ha subito negli ultimi anni una crescita sproporzionata dovuta all’ampliamento della fascia di inurbamento (es. Mercogliano +21,5%; Monteforte +16,3%; Aiello del Sabato +17,5%); la fascia che maggiormente rischia di diventare l’area della “ghost town” – come ciclicamente già nelle fasi antecedenti dei flussi migratori che hanno interessato l’Irpinia – è la zona dell’alta Irpinia e della Baronia dove il 98% dei comuni registra segno negativo (Teora -29,8%; Torella dei Lomb. -27%; Rocca S. Felice -26%; Morra de Sanctis -24,7%; Andretta -24%; Montecalvo -22%; Greci -20%, Calitri -10%). A questo si aggiungano i tassi di spopolamento del decennio 1961-1971, che hanno fatto registrare, in particolar modo nella fascia A (paesi disastrati) le seguenti cifre (S. Mango sul Calore -22,5; S. Andrea di Conza -21,9; Bisaccia -18,5%; S. Angelo dei Lomb. -18,5%) per farci intendere che il fenomeno è, oramai inarrestabile dai almeno trent’anni. Dall’altro versante, se nella zona del solofrano-montorese si nota una crescita più contenuta (Montoro Inf. +9,4%; Montoro Sup. +7,0%; Solofra + 7,9%), la bassa Irpinia cresce a tassi di inurbamento che rischiano di farla divenire, sempre più “zona dormitorio” di cerniera, con il rischio di non farla rientrare più nei piani della ruralità territoriale (Sirignano +39,4%; Sperone +15,4%; Domicella 10,7%; Quadrelle +12,7%).

Dall’analisi dei tassi demografici emerge come la crescita e la perdita di popolazione nella provincia di Avellino sia pressoché suddivisibile in fasce, dove le aree del solofrano-montorese, il baianese e la fascia antistante la città capoluogo aumentano, mentre l’alta irpinia e la baronia sono incamminate verso un spopolamento, al quale, aggiungendo i tassi dei decenni precedenti, ci lasciano intravedere, grosso modo, la perdita in questa area di più del 50% di popolazione.

Per quanto riguarda la conformazione territoriale dei comuni, con la città di Avellino che sfiora i 60.000 abitati, e la sola città di Ariano che supera i 20.000. Per il resto la provincia di Avellino è caratterizzata da 6 comuni tra 10 mila e i 20 mila abitanti, da 11 tra i 5 mila e i 10 mila e ben 101 comuni con popolazione al di sotto dei 5000.

Il tasso d’istruzione della provincia di Avellino, essa denota ancora notevoli ritardi rispetto ad altre parte del paese. Di fatto, si registra solo il 7% di laureati a dispetto del 25% di diplomati e del 29% in possesso di licenza media inferiore. Inoltre, allarmante il 14% di alfabeti privi di titolo di studi e il 3% di analfabeti.

Sul piano della forza lavoro occupata, essa consta in 148.000 unità di cui: 33 mila nel settore dell’industria; 13mila impiegati nelle costruzioni; 8mila in agricoltura e ben 94mila nel settore dei servizi, tra i quali 30mila nei settori del commercio, attività e trasporti. Inoltre, tra gli occupati, il 27% sono autonomi, mentre il 73% sono dipendenti.

Infine, per quanto riguarda il reddito procapite, il gap Irpinia-Italia è aumentato, passando da un reddito procapite nel 2001 di 13.000 euro rispetto ai 19.700 della media nazionale, ai 17.000 euro del 2007 rispetto alla media nazionale dei circa 29.000.

A questo, aggiungiamo, che nel 2006 Avellino ha avuto il triste primato, tra le province, della più alta percentuale di suicidi nel meridione (più di 40 casi) e circa il 15% della popolazione irpina versa in condizioni di povertà con punte che raggiungono il 20% in Alta Irpinia e nella Baronia.

Settori industriali – indotto auto, distretto della concia – già in crisi per la loro debolezza strutturale e la mancata innovazione tecnologica, rischiano ora di essere spazzati via con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, e nel frattempo è ripresa, senza che si sia mai interrotta, l’emigrazione verso il nord e l’estero.

In questo, il ritorno del centro destra al governo del Paese è coinciso con provvedimenti che cancellano dall’agenda di governo il mezzogiorno, a cominciare dalla sottrazione dei fondi FAS ed il tentativo di imporre un modello di federalismo che, se applicato come avanzato dal governo, aumenterà ancora di più il divario tra Nord e Sud.

Sul fronte delle famiglie, assistiamo a una moltiplicazione dei modi di fare famiglia, in linea con il contesto nazionale, vediamo un aumento dei nuclei mono genitoriali e un aumento della permanenza dei giovani a casa dei genitori, nelle fasce di età fra i 25 e i 34 anni. Per rispondere a questi cambiamenti dovremo rivedere le forme di welfare a cui siamo abituati e valutare come aggiornarle ai nuovi bisogni.

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