I Resistenti, con il Sud

“E poi dicono che i musicisti non mettono su famiglia perché si sentono spiriti liberi!” di Emilio Merone: LA VITA DEL MUSICISTA IN ITALIA

Posted by Staff su gennaio 5, 2009

La vita del musicista in Italia

Vi siete mai chiesti come vive un musicista nel paese dell’arte per antonomasia? Non credo che vi siate mai posti il problema perché da buoni italiani pensate che la musica sia un nonlavoro!

A tal punto che quando ad un musicista viene posta la domanda “Che lavoro fai?”, rispondendo “…il musicista”, ciò che segue è sempre “sì, ma il tuo vero lavoro qual è?” oppure “il musicista? E come ti mantieni?”. Ma la più bella è “…sì, ma di mattina cosa fai?”.

In effetti cos’è la musica? A che serve? Boh! Ah si! La ascolto quando sono dal barbiere ad aspettare il mio turno, anzi no, quando sono in macchina nel traffico e accendo la radio per sentirmi in compagnia tra una pubblicità e un radiogiornale.

Con tutti i problemi che ci sono, cosa vuoi che importi come vive un musicista? L’importante è che non manchino quelle tre o quattro partite di calcio settimanali.

In queste poche righe cercherò di raccontare le varie avventure di un tipico musicista italiano, che chiameremo il sig. Bemolle, anzi il maestro Bemolle!

Eh sì, perché è diplomato al conservatorio, e in Italia l’unica istituzione che ti concede il privilegio di avere il titolo di maestro di musica è proprio il conservatorio, dove la maggior parte dei programmi di studio sono aggiornati ai primi del ‘900! Per fortuna ultimamente pare che stia cambiando qualcosina!

Il m.º Bemolle però, oltre alla musica classica (o musica colta) ama anche il jazz, e vi garantisco che questo è il paese sbagliato per amare tale musica.

L’Italia è il paese della canzonetta.

E’ un normale retaggio storico-culturale, in Italia la vocalità ha fatto sempre da padrona e questo, sia ben chiaro, non può farci altro che onore. Il problema è sapere che cosa è diventata la vocalità; basta accendere il televisore per rendersene conto.

Oramai la cultura la fanno le veline e i calendari, non Mina e De André.

Non è importante cantare bene ma essere belli e vestire alla moda. Questa è una delle cose che proprio non riesce a capire il nostro signor Bemolle che in televisione continua a vedere selezioni e pseudo-concorsi canori con ragazzine sempre più giovani e belle e sempre meno talentuose che si fanno strada con il loro jeans a vita bassa e il piercing sulla lingua.

“Ma quella lì è stonata!” esclama il m.° Bemolle, ma poi ripensandoci “Beh, è normale è giovanissima non ha avuto il tempo necessario per studiare, sicuramente imparerà!

Vedrai che non sarà lei a vincere, questo è il paese della canzone e dobbiamo mantenere altissimo il nostro onore, non scherziamo!”. Quanto è ingenuo il nostro maestro, pensa ancora che per avere successo ci vuole il duro lavoro!

Ma torniamo ai poveri e semplici musicisti o, peggio, jazzisti.

Per poter essere riconosciuto come un buon jazzista bisogna avere una preparazione musicale, sotto tutti i punti di vista, di dimensioni ciclopiche, anni e anni di studio e gavetta… in compenso sono i musicisti meno pagati in assoluto!

E non si tratta di diversi livelli di preparazione: anche i più grandi talenti italiani spesso sono costretti a combattere per questioni che vanno dalla semplice gestione organizzativa alle più basse contese economiche.

Oltre ad essere il paese della canzonetta, l’Italia, che non è l’ultima arrivata nel campo del Welfare, non ha un sindacato riconosciuto che definisca i doveri e faccia valere i diritti dei musicisti, ma d’altronde chi vuoi che si interessi di una categoria il cui lavoro è… aria?

Menomale che c’è l’Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo) almeno per la loro pensione! Bastano solo 35 anni (o giù di lì) di contributi e il gioco è fatto!

Appena saputo ciò il m.° Bemolle si precipita dal proprietario del locale in cui si esibirà l’indomani e con l’aria fiera del cittadino contribuente gli dice “Salve signor Verdi, sono venuto per portarle la mia posizione Enpals, così avrà tutto il tempo di preparare il necessario per i miei contributi!”.

“Cosa?” ribadisce il gentiluomo “e secondo te devo pagarti anche i contributi? Se proprio ci tieni, detrai la percentuale necessaria dalla tua paga, (50-70 €) altrimenti… niente concerto!”. “Ma come?…è un mio diritto…!”.

Disperato il signor Bemolle accetta le rigide condizioni del cordiale sig. Verdi e va via.

Ma allontanandosi pensa “Forse si tratta di un singolo caso, forse non conosceva le leggi! Sicuramente la prossima volta non sarà così! Adesso vado dal signor Bianchi, il proprietario del teatro del concerto di dopodomani. Sicuramente lui non rifiuterà!”.

Dopo qualche tempo il nostro povero maestro stranamente non riesce più a trovare un posto dove poter suonare la sua amata musica, cosa sarà successo? Mica avrà trovato tutte persone che la pensavano come il signor Verdi?

Le rare volte in cui finalmente si firma un contratto con i contributi previsti, la parcella sulla carta è stranamente inferiore a quella pattuita! “Che strano! Di certo si sono sbagliati, adesso glielo vado a dire!” esclamerebbe fiero il m.° Bemolle.

A questo punto facendosi due conti ci si chiede se ha un senso versare una somma irrilevante ai fini pensionistici, quando la stessa quantità di denaro è molto più utile per la vita quotidiana.

Intendiamoci, la categoria (fantasma) dei musicisti sarebbe ben lieta di pagare i contributi necessari per avere un futuro quantomeno dignitoso, il problema è che la committenza nella maggior parte dei casi si rifiuta di versarli.

Povero signor Bemolle, è proprio un eroe nazionale! Lavora esclusivamente mosso da una inutile ed evidentemente malsana passione per un lavoro che occupa i suoi pensieri solo 24 ore su 24.

E allora viene da fare una considerazione: ci si lamenta sempre che il problema principale del cattivo funzionamento di una società sia legato alla scarsa passione per il proprio lavoro, però quando trovi persone veramente innamorate della propria attività non le paghi adeguatamente perché già sono felici con il proprio lavoro!

E poi dicono che i musicisti non mettono su famiglia perché si sentono spiriti liberi!

Emilio Merone

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