I Resistenti, con il Sud

LA DOPPIA MORALE: una scuola che non sa educare le nuove generazioni

Posted by Staff su dicembre 27, 2008

La doppia morale

Una scuola che non sa educare le nuove generazioni

(di Alessandro Turchi )

 La scuola, oltre ad avere compiti in merito all’istruzione, ne ha, molto rilevanti, anche sotto il profilo dell’educazione.

 

Sembra una banalità, ma sono in molti a dimenticarlo, troppo spesso anche tra gli addetti ai lavori: tutti concentrati sulle cose da insegnare, sulle tabelline, sulle regole della grammatica, sulle date delle guerre puniche, si dimenticano che a scuola i ragazzi vengono anche per imparare a diventare cittadini.

 

È a scuola che si apprendono i fondamenti della democrazia, s’impara a socializzare, a rispettare il diverso, si acquisisce la necessità delle regole. Insomma, è nelle aule delle nostre scuole che si dovrebbe imparare a vivere in una società avanzata, complessa, civile.

 

Purtroppo questo non accade o, almeno, accade in misura troppo ridotta, e le conseguenze sono veramente pesanti per tutti noi.

 

La gente, non avvezza a leggere nella giusta prospettiva le cose che accadono, si lascia troppo spesso attrarre dalle spiegazioni più semplici, più istintive e, quando è toccata negli interessi personali da vicino, ragiona solo con la pancia.

 

Ci illudiamo di vivere nel 2008 e troppe volte ci ritroviamo negli anni Cinquanta, in una società contadina, dove tutto era semplice e dov’era apparentemente facile inquadrare le situazioni. In questi giorni in una scuola elementare salernitana ubicata a San Leonardo è accaduto un episodio: una bambina ha raccontato di essere stata toccata da un bidello in bagno.

 

Un fatto che, se sarà accertato, risulterà gravissimo, un vero e proprio gesto di pedofilia, aggravato dal fatto che sarebbe avvenuto in una scuola e che a compierlo sarebbe stato un operatore di quella stessa scuola. Già, “se accertato”. Ma chi deve provvedere ad accertare i fatti?

 

La magistratura, la polizia, gli organi inquirenti. Siamo o non siamo in uno Stato di diritto? Siamo o non siamo nel terzo millennio, in una nazione tra le più progredite del Pianteta?

 

Ebbene, forse non è così. Infatti la risposta dei genitori è stata una reazione che di civile non aveva niente: hanno semplicemente cercato di linciare il bidello (La Città del 9 marzo 2008: “La polizia evita il linciaggio“), senza processo, senza conoscere bene come sono andate le cose, senza che lo stesso bidello abbia potuto dire la sua.

 

Una reazione a caldo, si dirà. È vero. Come sarebbe accaduto nel vecchio Far West, nella Spagna dell’Inquisizione, come accadrebbe, probabilmente ancora oggi, in qualche tribù primitiva del centro Africa.

 

La differenza è che qui ci dovremmo trovare in un mondo civile, un mondo che dovrebbe aver imparato a distinguere tra gli uomini e gli animali, tra interessi collettivi e diritti individuali da una parte e la legge della giungla dall’altra, tra regole certe e valide per tutti e la barbarie.

 

Queste sono le distinzioni che ci permettono di sentirci superiori agli animali, incapaci di dominare gli istinti e le reazioni a caldo. caldo.

 

Ma così non è, e allora in molti dovrebbero interrogarsi sul perché siamo ancora così indietro sul difficile cammino della civiltà, compresi i tanti operatori della scuola che si limitano a dare importanza all’istruzione dimenticando la necessità di aiutare i giovani a costruire un futuro migliore. Il tutto va ad inquadrarsi in una sorta di legge non scritta della doppia morale, una doppia capacità di leggere gli eventi e di reagire agli stessi.

 

Pare che, quando i fatti toccano direttamente le persone, determinano, da parte di queste persone, una reazione poco civile, come nel caso del bidello a cui abbiamo accennato prima.

Quando invece i fatti, gli accadimenti sono a ricaduta collettiva, spesso non danno luogo a reazioni se non minime.

 

Un po’ quella che Max Weber definiva l’etica della convinzione, che poteva prevedere una doppia morale: quella del diritto naturale e quella del diritto derivante dalle leggi dello Stato.

 

In pratica, un primo ministro può anche, approfittando di una maggioranza schiacciante in Parlamento, costruirsi delle leggi personali che gli permettano di uscire ripulito da una serie di processi che lo coinvolgono.

 

In questo caso le reazioni dell’opinione pubblica, magari con l’aiuto di un’informazione compiacente, sono minime, pur se il fatto, per una democrazia, dovrebbe essere di una gravità eccezionale.

 

Ma se quello stesso primo ministro, attraverso un’apposita legge, dovesse prevedere una trattenuta aggiuntiva sullo stipendio dei lavoratori anche di soli cinque euro al mese in più, magari per migliorare l’efficienza dei servizi sociali, si scatenerebbe un putiferio inaudito.

 

In pratica è la doppia morale, che prevede reazioni di pancia e reazioni – diciamo così – flemmatiche e che deve la sua esistenza a un percorso di democrazia assolutamente incompleto.

 

In questo la scuola ha, come detto in apertura, una grande responsabilità, perché è questa istituzione che deve provvedere all’educazione (oltre che all’ istruzione) delle nuove generazioni.

 

È forse giunto il momento perché la nostra scuola pubblica, per continuare il cammino verso la democrazia, si riappropri del suo ruolo di agenzia educativa intenzionale, in contrapposizione a tutta una serie di cattivi maestri che vanno dalla televisione alla pubblicità, dalla strada al consumismo sfrenato.

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Una Risposta to “LA DOPPIA MORALE: una scuola che non sa educare le nuove generazioni”

  1. MICHELE PASCARELLI said

    michele pascarelli 27/12/2008
    Premettendo di condividere l’analisi di una scuola ormai da tempo in crisi, specie nel suo compito principale che dovrebbe essere quello di “Educare”, mi preme sottolineare come, nella prospettiva di un reale, possibile cambiamento (non parliamo di ennesima riforma, basta!!!), il primo problema da affrontare sia, forse, quello di “educare gli educatori”.

    Infatti, se i problemi, le difficoltà si risolvono partendo dall’ origine degli stessi, è innegabile che l’inizio debba essere necessariamente un nuovo modo di concepire, preparare, formare, valutare, selezionare chi è chiamato ad insegnare.

    Purtroppo, invece, mi sembra che per l’ennesima volta, nei disegni di legge, nei decreti legge (?), nelle proposte e nelle proteste (immancabili) connesse, si parli ancora una volta, come sempre, di cicli scolastici, programmi, autonomia, risorse economiche, stipendi, precariato, senza risolver a monte la questione di preparare adeguatamente chi tutte queste belle cose deve poi applicare sul campo.

    In fondo, ci si chiede mai chi è l’insegnante/professore/educatore dei nostri figli? Come è arrivato ad insegnare? Quale percorso formativo ha seguito? Come è stato selezionato? Se dopo dieci anni “di onesta professione” è ancora in grado di dire qualcosa ai suoi allievi?

    Non è questa certo la sede per discutere di SISS, concorso, concorsone o quant’altro, certamente però bisogna affrontare una volta per tutte il cuore del problema, dando finalmente risposte destinate a durare più di una legislatura a chi è impelagato da anni in graduatorie, punteggi, messe a disposizione, precariato vario.

    Se è necessario, come mi sembra, bisogna avere il coraggio di dire che insegnare non è per tutti, non è un parcheggio in attesa di trovare qualcosa di meglio, non è la strada per arrivare all’agognato sicuro posto statale, non è l’entrata economica mensile assicurata per chi svolge una seconda attività, etc.

    Penso che queste siano questioni che vengano prima del problema della morale dell’educazione o della doppia morale nella percezione delle cose. Insegnare, educare è la cosa più difficile del mondo, è qualcosa di non schematizzabile, di incerto nelle modalità e negli esiti. Innanzitutto, penso che non significhi trasmettere idee o pensieri ma trasmettere gli strumenti per la costruzione delle idee e dei pensieri futuri di ciascun allievo; certo è necessario trasmettere o, almeno, provare a trasmettere alcuni valori di base, fondanti dello stesso vivere sociale, ma solamente a distanza di tempo e con la concorrente interazione di altri fattori (fra cui l’influenza dei cd. cattivi maestri) quello che è stato trasmesso maturerà realmente.

    Imparare ad insegnare per insegnare a ragionare, questa penso sia la strada da seguire, con la consapevolezza necessaria dell’incertezza degli esiti, perchè, se pur si trasmettono gli strumenti per fare, non è detto che gli stessi vengano poi usati per fare Bene (qualsiasi cosa si intenda per esso).

    E di esempi di usi distorti di conoscenza, saperi e valori se ne potrebbero fare a bizzeffe, come di esempi di cattiva o nulla percezione di quello che realmente accade intorno a noi, aldilà del nostro naso od orticello. Lasciamo stare il solito Cavaliere (ormai del male) e la cura dei suoi interessi, che poi sono gli stessi interessi che ha curato Prodi con l’Iri, D’Alema e Fassino con Unipol e chi più ne ha più ne metta: per smascherare o almeno vedere qualcosa di ciò che realmente accade, aldilà dei giudizi di ognuno, è importante ragionare, ragionare con la propria testa e sostenere gli esiti del proprio ragionamento, proprio perchè è la ragione che afferma o può affermare l’etica e la morale, al di sopra di ogni schema o pensiero preconfezionato.

    Insegniamo questo prima di tutto, il resto è corollario. In fondo, già un mio compagno di studi, spesso a ragione trascurato per giocare a calcio, Immanuel Kant, soleva ripetermi, tutto serioso: “Amici dell’umanità e di ciò che c’è di più santo per essa, accettate pure ciò che vi sembra pù degno di fede dopo un esame attento e sincero, sia che si tratti di fatti sia che si tratti di principi razionali; ma non contestate alla ragione ciò che fa di essa il bene più alto sulla Terra: il privilegio di essere l’ultima pietra di paragone della verità”.
    michele pascarelli

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