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POLITICA: Il diritto di entità di un partito – Esigenza di rappresentare-

Posted by Staff su dicembre 23, 2008

pisaniellodi Valerio Pisaniello (movimento giovanile PD irpino)

Quando parliamo di partiti politici sembra facile dare loro una definizione su quello che sono effettivamente e allo stesso tempo sono molte le definizioni che possiamo attribuirgli. A seconda dei punti di vista li possiamo definire, sotto certi aspetti, delle “associazioni”.

 

Dal lato strettamente teorico sono delle vere e proprie società con regolare statuto e delle proprie regole. Ne abbiamo l’esempio più eclatante in Italia. Il Pdl; a mio parere non è altro  che una fusione “fredda” di forze politiche che si collocano nella destra italiana e che raggruppano in se più persone sugli stessi parametri politici.

A grossi linee potrebbe essere il mio pensiero, sicuramente soggettivo, ma che effettivamente definisce nella teoricità quello che è il neo partito “conservatore” – direi altamente conservatore – fino a portare il nostro Paese indietro nel tempo.

Capisco che fisicamente questo non è possibile. L’uomo non ha raggiunto ancora la velocità della luce tale da permettere i viaggi nel tempo, ma istituzionalmente direi che ci siamo riusciti.

Basti guardare i numerosi elementi che hanno contraddistinto l’operato pidiellino –  per chi ignora la politica o è stato fuori Italia per un determinato periodo, è il partito che governa – la famosissima “riforma Gelmini” o meglio i “Tagli Tremonti”, la legge “Salva Premier” più comunemente il “Lodo Alfano”.

Queste solo per citarne alcune ma che, appunto come dicevo prima se qualcuno magari fosse stato fuori Italia per una ventina di anni e si ritroverebbe a passare per la nostra penisola, si accorgerebbe effettivamente che non è cambiato niente.

Ma il bello è che noi che non ci siamo mai mossi abbiamo visto il progresso e di colpo siamo retrocessi in periodi già vissuti, vecchi, che per un ragazzo di 23 anni come me, lo stesso non ha mai vissuto e quindi mi ritrovo a maggior ragione a fare i conti con realtà oltre che negative, superate, anche “nuove” o meglio realtà “nuove-passate”, mi si perdonerà il gioco di parole.

Dopo questa breve parentesi riflessiva sul partito guidato dal Presidente del Consiglio più spiritoso della storia – vabbè sarà per la lunga militanza con le televisioni, un vero e proprio “uomo da bagaglino” – voglio ritornare dove abbiamo iniziato il nostro discorso.

Stavamo cercando di dare una definizione di partito politico, credo che dal lato teorico siamo stati esaurienti: una sorta di associazione con proprio statuto, con proprie regole, formato da uomini sulle stesse linee politiche, con sensibilità rivolte verso gli stessi temi. È qui che credo si giochi la partita. Quest’ultima caratteristica attribuisce effettivamente entità ad un partito.

Gli permette di definire la propria personalità e di conseguenza gli permette di andare a fare politica con un determinato approccio.

Sarò più chiaro. La politica si basa sull’esternazione dei propri ideali, dei propri programmi, dei propri progetti, se il popolo li condividerà allora ti permetterà di indirizzare la società – con lo strumento democratico per eccellenza: il voto –  verso determinate linee.

Con questa definizione molto “spicciola” voglio dire che un partito politico deve essere chiaro e trasparente sulle proprie scelte senza condizionamenti. Deve tener conto dei propri componenti, dei rispettivi temi con il rispettivo percorso che intende intraprendere per acquisire la propria personalità al fine di approcciarsi verso la popolazione. È questo che deve fare effettivamente il Partito Democratico, niente di più.

Due passaggi che si possono riassumere in due semplici ma fondamentali operazioni: delineare la propria entità dal lato idealistico per affermarsi al fianco di altre tipologie di forze politiche. Come si evince  queste due operazioni sono prettamente complementari; se non se ne fa una non si può fare l’altra.

Quindi esaminare i veri e propri parametri e mettere dei paletti. Dettare la propria linea e tutelare i temi che si ritengono di maggior priorità. Qui entra in gioco un po’ la cronistoria del Pd o meglio che cosa è il Pd, da dove viene.

Come sappiamo è l’integrazione di due grandi culture; Il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana che nel corso degli anni hanno avuto le loro evoluzioni fino ad arrivare all’ultimo stato di Ds e Margherita.

Ma a parte i processi, andando più in là dei nomi, cosa sono? Sono due partiti dove uno si collocava la centro (Dc) e un altro a sinistra (Pci). A loro volta poi all’interno di questi due contenitori c’erano determinate sensibilità radicali, riformiste, conservatrici, laiche, cattoliche e così via.

Il Pd  quindi cosa ha fatto? È riuscito a riunire in se parti di queste sensibilità – i laici e i cattolici – sotto il grande cappello del riformismo. Ma soprattutto, questo procedimento iniziato dai due grandi “padri – precursori” Berlinguer e Moro – ha dato origine ad una grande forza plurale, riformista di centro – sinistra.

Quindi da questa superficiale descrizione storica cosa possiamo dedurre? Che il Pd  deve avere assolutamente un entità a tutti i livelli per far si che possa acquisire quella credibilità del popolo e che possa soprattutto dare rappresentanza a tutti coloro che rientrano in questi ideali.

Questo discorso non credo di essere l’unico a farlo, e credo sia estremamente distruttivo per questo partito essere ad un passo dagli appuntamenti elettorali europei senza aver trovato ancora una collocazione, nonostante le primarie per la costituente sono passate da più di un anno.

Un partito in costruzione ma ancora “virtuale” che non riesce tutt’ora ad affermarsi in quello che è l’ultimo fondamentale processo: l’Europa.

Basandoci sul discorso di prima, quindi, il Pd deve esaminare e dettare la propria linea. La storia e le culture credo che possano testimoniare ciò che è e, di conseguenza, tutti coloro che hanno preso parte al processo costituente e tutt’ora ne fanno parte sono consapevoli delle caratteristiche di questo grande contenitore.

Sono consapevoli e ancor di più dovrebbero essere convinti di rappresentare ideali riformisti di centro – sinistra per, a loro volta, far rappresentare la popolazione da questo grande partito che non può permettersi di  rimanere nella situazione di stallo attuale.

Ma ancor più esigente deve essere la consapevolezza e il buon senso da parte di coloro che oppongono resistenza all’ “affermazione” del riformismo piddino, riflettere effettivamente sulle proprie linee di pensiero e valutare se sono in linea con il partito.

Perché – e voglio concludere con una frase un po’ patriottica – “un uomo di partito deve fare ciò che serve al partito e non il partito deve fare ciò che serve all’uomo”.

Con ciò voglio semplicemente dimostrare che non si può fare politica di ostruzionismo ad un procedimento che per cultura e storicità può andare a delinearsi naturalmente.

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Una Risposta to “POLITICA: Il diritto di entità di un partito – Esigenza di rappresentare-”

  1. Francesco Maselli said

    Vedi Valerio, hai centrato una serie di problemi nei quali si dibatte il -non ancora nato- partito democratico. potremmo dire che le primarie hanno rappresentato il momento del concepimento ma la nascita vera e propria anocra non c’è stata. Io credo che il travaglio sia ancora lungo perchè i “genitori” -cioè quelli che lo hanno generato- non riescono a mettersi d’accordo sul nome da dargli, senza rendersi conto che non è il nome la cosa che lo caratterizzerà ma i geni che esso porta con sé (tu bene hai fatto a ricordare Moro e Berlinguer). Il nuovo non può essere una cosa “nuova-passata” ma deve essere una nuova creatura. Con questa creatura deve nascere una cosa che prima non c’era e che continua idealmente la genia che la ha procreato ma in un corpo nuovo e con una vita diversa che seguirà i tempi nuovi e non quelli passati. Il limite è tutto qui: nel voler a tutti i costi farlo somigliare o ai DS o alla Margherita. Esso deve essere, invece, il partito democratico che la gente ha intravisto come una possibile speranza, come un aggancio valoriale importante in una società “anomizzata”, che la politica richiede per uscire dalla palude stagnante nella quale è stata scaraventata dai guasti della prima reubblica e dall’approssimazione della seconda.Credo di poter dire che per tanti soggetti politici e non solo politici, questa eventualità spaventa e, da qui, questo fuoco fila di alcuni poteri politici e di altri poteri meno nobili. Dunque, se deve essere una cosa nuova, anche a livello europeo non può finire in una famiglia vecchia, perchè tali sono almeno le due grandi famiglie europee: quella socialista e quella popolare. Anche lì esse vanno superate non per una provincialistica pretesa tutta italiana ma perchè non è rimasto nulla di ciò che le ha generate nel secolo scorso. Non c’è più nulla o quasi dell’ortodossia socialista, così come non c’è più nulla o quasi del popolarismo europeo dei De Gasperi, degli Adenauer e così via.
    Troppo ambiziosi? Forse. Ma vale la pena tentarci, in Italia ed in Europa.

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