I Resistenti, con il Sud

COMUNITA’ PROVVISORIA: architettur@ in irpinia, 2° incontro

Posted by Staff su ottobre 18, 2008

Sabato 25 ottobre 2008

PAESAGGI ALTIRPINI

S.Maria del Monte e S.Francesco a Folloni a MONTELLA (av)

Dopo la partecipata esperienza dell’11 ottobre all’Abbazia del Goleto, il secondo incontro è interamente dedicato alla conoscenza del paesaggio montano altirpino, in questo periodo autunnale connotato dalla raccolta e lavorazione delle castagne, principale risorsa agricola dell’ambito sub-montano e dagli indelebili colori della terra arata e dei castagneti.

Visiteremo due grandi monumenti della storia architettonica e religiosa dell’Irpinia: il vasto Complesso del Castello del Monte e correlato Convento di S.Maria dela Neve  e, a valle,  il Convento-Museo di San Francesco a Folloni.

Si tratta di un’occasione formativa e di incontro con l’obiettivo di ri-costituire una comunità locale per dibattere di architettura ma capace anche di ritrovarsi sul territorio, approfondendone la conoscenza e promuovendolo;

ritieniamo importante che le valenze professionali locali entrino in relazione tra loro avviando la costituzione di una ‘rete’ di riferimento, capace di promuovere e solidalizzare le energie presenti.

L’incontro è diretto non solo ad architetti, ingegneri e geometri ma  a tutti i cultori dell’architettura, del paesaggio e dell’arte; è organizzato dal gruppo della  ACCANTO con la Comunità Provvisoria; è gratuito.

La serie di eventi è promossa dal  Main Sponsor ‘ACCA software Spa’ , azienda leader nel settore tecnico-informatico con sede a Montella (Irpinia).

programma

10.00 appuntamento a Montella

10.30 inizio visita guidata Castello e Convento di S.Maria del Monte

 

12.00 inizio visita giudata Convento di San Francesco a Folloni

 

per chi decide di fermarsi

 

14.00 pranzo ‘itinerante’ alla Sagra della Castagna di Bagnoli Irpino  (a 6 km. da Montella)

 

18.00 cena ‘itinerante’ alla Sagra della Castagna di Cassano Irpino (a 4 km. da Montella)

 

 

info: info@accanto.it 0827.215122  tel    0827.216555  fax  _ il programma potrà subire variazioni

aggiornamenti  sul blog della Comunità Provvisoria http://comunitaprovvisoria.wordpress.com

e su http://verderosa.wordpress.com

 

i luoghi sul web

http://www.montellanet.com/monumenti.asp?id=18

http://www.montellanet.com/monumenti.asp?id=20

http://www.montellanet.com/monumenti.asp?id=23

http://www.complessosanfrancescoafolloni.beniculturali.it/

http://www.francescani.it/new/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=2

http://www.montellage.it/Montella_sa_francesco.htm

http://www.montellage.it/Montella_monte.htm

 

 

per partecipare, confermare adesione e.mail a  info@accanto.it

riceverete conferma dell’incontro e indicazione del punto di ritrovo

 

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Una Risposta to “COMUNITA’ PROVVISORIA: architettur@ in irpinia, 2° incontro”

  1. Enzo Saldutti said

    Leggo da notizie riportate sul sito dedicato a Castelfranci che il paese è di origine tipicamente medioevale, con antichi palazzi e vicoletti che scendono verso il fiume Calore. Chi ha scritto codeste note o è un redivivo nato nel 1800 (quando ancora esisteva il castello) o uno storico che si riferisce ali anni ’70 (quando ancora esisteva il borgo medioevale). Poiché l’argomento quì trattato è PAESAGGI IRPINI, mi permetto con modestia di informare qualche turista ignaro che quanto si dice può essere introdotto con le parole di Collodi allorché comincia la narrazione di Pinocchio: “C’era una volta…”

    Aggiungo quel che, in realtà incontrovertibile, Castelfranci (o Castrum Francorum o Castello dei Franchi) è oggi a causa della demolizione del castello (cominciata agli inizi del 900 e finita negli anni ’50 persino con materiale esplosivo) e dela disruzione del borgo (letteralmente raso al suolo negli anni ’80). Castelfranci oggi è una vera e propria periferia urbana.

    Per non tediare il lettore, poniamo da parte lo scempio del vecchio castello e dedichiamo l’attenzione allo scempio degli anni ’80.
    .
    Si premette che quanto segue non è assolutamente rivolto alla persona in quanto tale bensì ad un ruolo politico che, per ciò stesso, è di natura pubblica e soggetto quindi alle opinioni del cittadino che ha liberamente investito quella persona di quel ruolo. Sono opinioni e vanno quindi rispettate senza prevaricare nelle risposte ma ragionando con riflessioni legittime, fermo restando che siano a parlare i “fatti accaduti” con documenti ineccepibili in sintonia con la verità, non arzigogolando nei sofismi e nei cavilli pretestuosi. E’ il metodo storico: né più né meno.

    Perché il centro antico del borgo non è più esistente? Per volontà scellerata della maggioranza eletta nel giugno 1980. La famigerata questione dibattuta nel consiglio comunale del settembre 1981 riguardò una fantomatica via di collegamento per la quale occorreva eliminare il vecchio abitato lungo la rupe del fiume Calore: in particolare i vicoli Pendino e Cancello declinanti verso il piano dell’Ortora. La seduta principiò alle ore sedici: vi fu il rapporto di un architetto repentinamente impugnato da alcuni cittadini presenti.

    La minoranza subito espresse opinione contraria per evitare lo scempio della memoria storica. Il dibattito in quella grigia aula delle adunanze fu quanto mai concitato e a niente valsero le arringhe dei minoritari: il destino del vecchio paese era di già segnato. Si riproduce un brano del discorso che enunciò il consigliere di minoranza Angelo Bocchino: «E’ inconcepibile distruggere il centro antico per costruire strade inutili. Nel prendere visione della bozza m’è venuta in mente la Sicilia. Ritengo quanto segue: la maggioranza s’é affidata a tecnici che intendono risolvere il problema solo da un punto di vista progettuale trascurando i motivi storici, sociali e affettivi. Per questo non sono favorevole». Parole profetiche.

    Perché si addivenne a quella turpe volontà? Perché annichilire quelle vestigia di lontana rimembranza? Fu solo bruta ignoranza del Bello? Il terremoto del novembre 1980 causò l’emergenza delle distruzioni incontrollate: ovunque si distruggeva senza discernimento di sorta. Si ricordi l’emergenza progettuale ancora più nefasta perché legalizzata da una legge speciale: la numero 219 del 1981. Si aggiunga la legge numero 187 del 1982 che riduce i poteri delle Soprintendenze a tutela del patrimonio storico e identitario: un capolavoro dietro l’altro. Si giustifica l’argomentare di quella maggioranza dicendo: i cittadini vogliono la comodità. Ebbene: e chi la nega? E allora: si costruisca il nuovo ma non si distrugga il vecchio!

    Dicesi altresì che di artistico v’era ben poco da salvare. Ma la questione è un’altra: è questione di ignoranza. Solo di ignoranza? Se fu soltanto bruta ignoranza, rispondiamo: nella tradizione non v’è unicamente il lato estetico; v’e un borgo in cui, proprio per lo spazio raccolto, si corroborano legami arcaici, sentimenti, affetti cari, vicinanze familiari, conoscenze e solidale colloquio tra generazioni: vi pare poco?

    In qual maniera alla calamità naturale si congiunge il disastro legalizzato? La legge n° 219 sottrae il 20% dal contributo dei cittadini che intendono ripristinare la vecchia abitazione: ecco la chiave di volta, il ricatto tradotto in legge. Ecco la incontrovertibile responsabilità. Ecco la manna per i famelici amministratori. Poi si promette: ognuno vagheggia e si lascia il luogo natio.

    E, così come detto, il destino del borgo antico è segnato: l’intrigo politico, i reboanti proclami della villa signorile, la furberia del contributo conforme al numero di famiglia, l’utopia del paradiso venturo riducono il paese a immagine e somiglianza di periferia urbana per chi lo rivede e poi ne ricorda l’antica bellezza.

    Si riconosca per eccezione l’intuizione del Bello o, per non usare parole ridondanti, un recupero intelligente benché non sia tanto l’intelligenza quanto la conoscenza estetica alla base di certe iniziative benemerite. Si pensi ad esempio Rocca san Felice, Nusco, Gesualdo, Sant’Angelo, Guardia, Castelvetere et cetera: identità e bellezze ritrovate.
    In alcuni borghi della verde Irpinia, sia per volontà di popolo sia per lungimiranza di autorità culturalmente preparate, sono agli antichi splendori: monumenti, palazzi, castelli, monasteri, conventi, episcopi. Si recupera un gusto estetico concomitante quell’economia turistica che a noi appartiene per natura e costume. L’industria pesante in montagna: stoltezza. Perché Castelfranci, borgo medioevale come il nome stesso racconta, non può rivendicare la sua millenaria tradizione? Perché tanto scempio? Perchè quel disastro di Baiano? Perché la bruta mania della distruzione?

    «Ai disastri indiscriminati della cosiddetta emergenza si sono aggiunti quelli “progettuali” contenuti negli strumenti urbanistici e legalizzati dalla legge speciale numero 219 del 1981…
    Fu conseguenza della miopia amministrativa generalizzata: ignorando il valore di quanto esisteva e nell’enfasi del consumo finanziario si annientò un patrimonio storico architettonico di grande valore ambientale. La distruzione avvenuta e la cancellazione di ogni segno della civiltà altirpina penalizzano ancora una volta il rilancio del nostro territorio. La legge 219 ha premiato la distruzione e la ricostruzione ex novo a discapito del recupero e del restauro: si è radicalmente annullato il patrimonio preesistente mediante un incentivo economico. Cioè: tutti quei cittadini che intendevano recuperare o riparare la prima abitazione erano penalizzati con una decurtazione del 20% sul buono contributo rispetto a quelli che demolivano e ricostruivano beneficiando di sovvenzioni per il cosiddetto adeguamento al numero familiare.
    Una concezione perversa: infatti, i proprietari di case danneggiate, con un incentivo in denaro, abbandonavano il centro storico sperando in condizioni di vita migliore nelle ville dei cosiddetti piani di zona. E così centri abitati trasferiti in lontananza con aumento abnorme di luoghi urbani.
    La legge 187 del 1982, modificando la 219, ridusse ulteriormente i poteri delle Soprintendenze impegnate nella salvaguardia dei beni storici e architettonici: non si poté esprimere vincoli sul patrimonio minore o privato.
    In breve: ragioni di ordine politico e amministrativo nonché culturale furono alla base di legislazioni distruttive e di saccheggio per un 20% in più.

    Al termine del processo ci ritroviamo una moltiplicazione dei luoghi abitativi, sono stati diroccati i centri storici e costruiti i piani di zona. Cioè: autentiche periferie urbane con l’inevitabile degrado sociale, culturale, identitario».

    L’ultimo capolavoro del Legislatore si chiamò: ristrutturazione urbanistica. Cioè: coloro i quali intendevano rimanere nel centro storico ottennero il diritto di farlo pure ampliando superfici edilizie accanto o al di sopra delle proprie particelle. Risultato: in teoria il recupero, in pratica nuova edilizia tra le vecchie tipologie. Si immagini l’obbrobrio! O meglio: lo si osservi!

    Di qui l’isolamento alienante dell’uno dall’altro. Si registrano casi di recupero intelligente: Guardia, Rocca san Felice, Gesualdo ecc. «Tranne le poche eccezioni riportate, in tutti gli altri Comuni non risulta definito né quanto rimane del centro antico né quanto si è cominciato ex novo.

    Nei luoghi storici rimane il vuoto lasciato dagli edifici trasferiti: sono presenti ruderi e sterpaglie. Nei nuovi: lamiere a destra e a manca, obbrobri di marmo, porte cimiteriali in alluminio. Il recupero di alcuni borghi per fine turistico tra i quali anche Castelvetere dimostra che il medesimo costa meno di una nuova costruzione». La caratteristica di una comunità altro non è che il forte legame all’ambiente raccolto in cui si vive, al suo tempo ciclico, alle stagioni, alle costumanze: è cosmos (ordine) che riunisce gli intenti, accoglie l’armonia, espelle l’emarginazione del singolo. Non v’è posto per la solitudine, l’individualismo apolide, per l’angoscia dello spazio ampliato, smisurato, desolato. La comunità è appartenenza, è come un cerchio sacro dove si è protetti da chi si conosce e si riconosce, dove tutto è sempre identico a se stesso e diverso da ciò che esiste altrove. Ogni comunità possiede una cultura, un patrimonio spirituale proveniente dagli antenati, un luogo determinato. Permane nella distinzione con altre comunità egualmente sacre perché diverse nelle abitudini e nello “spazio”.
    Ma quando un evento naturale inatteso sopraggiunge devastando quel cerchio, si è come trasportati nel caos (disordine), nella confusione, nell’indistinto, nell’irriconoscibile, nell’inconoscibile. Il tutto ad immagine e somiglianza delle desolanti periferie urbane: non si conosce e non si riconosce l’appartenenza, la storia di una vita, quella di una cultura amica, di una civiltà comune e condivisa.
    E dove sarà mai il genius loci? E lo spazio a misura d’uomo? E la casa dove si nacque? E il vicolo dell’infanzia? E la vita sociale? E gli affetti? Questo accadde negli infausti anni ottanta: si annullò il topos (spazio) chiuso e limitato per dare esistenza allo spazio ampliato, orbo di limiti e confini, privo di “spazio umano”.
    Si cancellò il passato, l’antico, la memoria. Nella distruzione del centro storico e nel conseguente degrado etico-estetico l’unico metro di giudizio fu il calcolo: la misura, la grandezza, la quantità, il denaro. Questa è la modernità, il pensiero nichilista, il ridurre al nulla separando ciò che per essenza è unito: uomo e Ambiente, uomo e Comunità, uomo e Spazio, uomo e Bellezza, uomo e Cultura.
    V’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo “decisiva” per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali. Essa è: il determinismo dello spazio; non è di comprensione difficile e può spiegarla un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino.
    Nel nostro caso: il degrado urbano causa la decadenza morale e sociale. Nel concetto espresso rientrano giocoforza la famelica volontà, l’incapacità, l’ignoranza estetica di chi è deputato al governo della cosa pubblica: non può essere altrimenti.

    Per le notizie riportate mi sono avvalso dell’ottimo saggio dell’architetto Angelo Verderosa, “Distruzione e valorizzazione dei centri in Irpinia”, da cui sono tratte le notizie tra virgolette. Consiglio la lettura di questo libro di autori vari: tecnicamente ineccepibile per ha voglia di comprendere le catastrofiche conseguenze urbanistiche, paesaggistiche e sociali causate dagli amministratori degli infausti anni ’80.

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