I Resistenti, con il Sud

MONTELLA 26.05.2008, DIRIGENTI PD IRPINO A CONFRONTO CON IL SOCIOLOGO DELLA FEDERICO II^ SIBILIO RAFFAELE SU: NATALITA’, SPOPOLAMENTO E IMMIGRAZIONE

Posted by Staff su maggio 29, 2008

Nel complesso monumentale di S. Francesco a Folloni in Montella, si è discusso della denatalità in irpinia, dello spopolamento e dei flussi migratori per capirne, con l’aiuto del chiarissimo prof. Sibilio Raffaele della Università “Federico II^” di Napoli, le cause e gli effetti non solo, ma per cercare di ipotizzare anche una strategia politica utile ad individuare percorsi e strumenti idonei ad affrontare il problema.

 

 

È stata una platea molto attenta di sindaci, amministratori, esponenti del mondo della cultura, della politica, dell’associazionismo e sindacale, di cittadini interessati, quella che, rapita dalla lezione magistrale del cattedratico, si è lasciata portare per mano e coinvolgere nella discussione a mezzo di un confronto alto, articolato, denso di contenuto e ricco di spunti davvero interessanti.

 

 

Le esperienze, le vicissitudini in campo, quelle rappresentate dai convenuti, sgorgano dalle ferite della carne viva del territorio. Un territorio che da 50 anni è stato alla mercede dei signorotti di turno i quali, profittando di un travestimento politico-culturale, di esso hanno fatto scempio con scelte non sempre in linea con le esigenze dei luoghi da essi rappresentati, gli stessi luoghi che, a causa delle loro decisioni sbagliate di allora, sono, oggi, diventati la pattumiera regionale.

 

 

I fatti sono analizzati con una lettura fredda della realtà, con il linguaggio della chiarezza, con la constatazione della drammaticità della condizione, senza sentirsi, però, schiacciati dalla disperazione. Questo è un popolo fiero e testardo che non è abituato ad arretrare nei confronti delle difficoltà. È un popolo paziente che, per sua peculiarità genetica, è sempre pronto a ritessere il filo della speranza: l’arrendevolezza non ha mai fatto parte del suo costume mentale.

 

 

In sala presenti il sindaco di Lioni Rodolfo Salzarulo, quello di Calabritto Sierchio Giuseppe, il giovane e brillante Famiglietti Luigi sindaco di Frigento, Vanni Chieffo già presidente di Comunità Montana, il dirigente scolastico Rosanna Repole già sindaco di S. Angelo dei Lombardi, Peppino di Iorio vice presidente A. S. I. (Nucleo Industriale di Avellino), il sindacalista Gerardo Adiglietti, Moscariello Gerardo da Montella già consigliere provinciale, l’intellettuale Amalio Santoro, il ricercatore universitario Tecce Raffaele da Castelfranci, il dott. Carmine De Blasio direttore di Piano di Zona, Susy Esposito assessore della II^ Municipalità di Napoli, Oxana Bibliv ing. e rappresentate della comunità degli Ucraini della provincia di Avellino, Franco Chieffo assessore del comune di Montella.

 

 

Sono presenti semplici ed interessati cittadini, operatori socio-economici della zona ed una pattuglia di imprenditori pronti ad annusare quello che il caldo vento di un meriggio di un’ estate or ora iniziata – impregnato com’è dei pensieri che frullano nella testa dei convenuti – porta alla loro attenzione.

Presente, ovviamente, è il dott. Franco Vittoria presidente della Comunità Montana Vallo Lauro-Baianese oltre che presidente della Fondazione “Generazioni”che ha organizzato il forum.

 

 

Padre Aniello accoglie i convenuti nel Complesso Monumentale di San Francesco a Folloni in Montella (AV), un Convento ricco di fascino e di suggestiva bellezza, fervido di cammino culturale, religioso e pastorale, la cui Chiesa vive ancora di cerimonie religiose con i Frati che qui hanno vissuto fin dal 1222.

 

 

Il luogo è un concentrato di paziente e sapiente lavoro dei frati che donano ai visitatori “come pegno del loro amore e della loro passione per la storia, per l’arte, per la cultura e per il francescanesimo”. La fondazione del convento di Montella va collegata al viaggio di San Francesco al Santuario di S. Michele sul Gargano.In questo momento sono in atto scavi sotto la guida di eccellenti archeologici.

 

 

Con ritmo cadenzato che poi diventa un continuo crescendo, quasi una metrica gestuale incalzante accompagnata da timbro e tono penetranti, che schioccano nella sala, il presidente della fondazione

“Generazioni”, Franco Vittoria scuote e calamita l’attenzione sulla sua introduzione.

 

 

Il territorio non è solo un contesto geografico – irrompe sulla scena – ma anche di anime fatte di soggetti visibili ed invisibili. Di poi si incammina in una disamina sulla natalità del posto, snocciolando i dati che vanno dagli anni 70 con 7.000 nati e 5.000 nati negli anni 80, a quelli attuali che ci dicono che oggi i nati sono circa 2.000. “Il saldo tra nascite e morti è negativo”.

 

 

Ciò, comporta, quindi, che su questo pezzo di territorio insiste una fascia di anziani che, unitamente a circa 5.ooo unità di ucraini (su 30-35 mila immigrati del totale stabilitosi in provincia di Avellino), costituisce la consistenza prevalente del capitale umano disponibile, con le sue esigenze sociali da soddisfare e le sue capacità di essere propulsore di sviluppo.

 

 

La visibilità di questi territori è passata dagli indicatori di eccellenza sul piano culturale, economico, politico, produttivo e sociale, licenziati dai talenti e dall’ingegno di chi non c’è più perché è andato via, ai rifiuti che attualmente ne costituiscono la sua caratteristica principale e che, tra le altre cose, concorre ad accentuare non di poco lo spopolamento e la desertificazione sociale.

 

 

In questo contesto noi troviamo comunità costituite da vecchi, da nuovi inclusi (gli immigrati), da soggetti invisibili (coloro che vivono ai margini delle comunità medesime) e da un piccolissimo residuo di nuova generazione, in pectore già sulla via dell’emigrazione senza ritorno. Quindi ci sono problemi nuovi che le istituzioni non ancora hanno saputo affrontare.

 

 

La politica, si registra, non è più adeguata ai nuovi bisogni. Ci vuole una politica nuova, idonea per queste nuove realtà, perché, ad esempio, la forte incidenza di natalità degli stranieri e la bassa degli indigeni, ha stravolto le categorie dei bisogni ed ha fatto nascere nuovi doveri.

 

 

C’è la necessità di organizzare un modello d’insieme dei particolarismi e non dividersi in distinzioni. Bisogna per forza di cose pensare ad uno sviluppo diverso in provincia di Avellino che veda pezzi di territori che si ritrovino in un progetto strategico comune dove vengono calate e calibrate tutte le specificità. È compito nostro, di chi è rimasto, leggere ed interpretare una società che è cambiata e sforzarsi di costruire una politica nuova che aiuti le peculiarità territoriali a fare sintesi.

 

 

Oltre a ciò dobbiamo studiare sul come incidere sulle politiche di natalità in questa provincia dove il 65% dei giovani che si sono laureati fuori, lì si stanzializza perché qua non c’è più futuro. E, intanto, il territorio, privandosi della nuove generazioni, si desertifica generando sin da subito nuove difficoltà, come quella del tenere aperte scuole materne ed elementari.

 

 

Si registra pure una difficoltà di vita assembleare che non è nemmeno da sottovalutare. “Forse che non sarebbe opportuno investire sulle agenzie che fanno partecipazione e pensare a nuovi modelli di organizzazione?” afferma e termina il suo intervento l’ottimo Franco Vittoria con un interrogativo preoccupato che, a mo di frustata, lancia nella valutazione degli astanti.

 

 

A seguire, prende la parola il prof. Sibilio. La lettura dei territori è una lettura complessa perché ci sono luoghi in competizione con altri luoghi – afferma -. Il recupero del nostro territorio va in contrasto con l’idea dell’omologazione dei territori.

 

 

L’immagine culturale che dobbiamo lanciare deve essere comunicata a persone molto distanti da noi – e subito giù con una provocazione -: se ci sono anziani e non giovani, chi si occupa della rivalutazione del territorio?

 

 

La solidarietà non è più quella di una volta. Oggi, è quella fra gli individui che si associano tra di loro, in competizione dentro lo stesso territorio. Quella che spinge verso il futuro, invece, è la solidarietà in competizione fra territori diversi (competizione fra province diverse e, perché no, fra regioni e nazioni diverse).

 

 

Altro aspetto che rischia di far implodere le nostre zone, è il richiamo alla conservazione, alla memoria. La precarietà, invece, si combatte dando luogo a nuovi inizi. Oggi c’è un forte contrasto tra l’esigenza del cambiamento e l’indole della conservazione, della memoria.

 

 

Molti luoghi che pensavano di attrarre in virtù della loro storia, si riscoprono come assenze di identità. La grande sfida di cambiamento deve essere rispetto agli obiettivi economici che si vogliono raggiungere, non rispetto a modelli culturali a cui far riferimento.

 

 

Altra considerazione. Gli strumenti che abbiamo messo in campo per aiutare i cittadini ( ad esempio Piani di Zona) non danno risposte.

 

 

Questione immigrati. Con gli immigrati che stanno rimpinguando la popolazione dei nostri territori è sopraggiunta anche la necessità di favorire l’integrazione, perché si stanno formando comunità che non sono più quelle di una volta.

 

 

Ma, se non ci convinciamo che l’integrazione vera è una modalità per cui le diverse culture agiscono e reagiscono fra di loro e non in riferimento alle nostre culture, non coglieremo la vera essenza delle problematiche che ci attanagliano.

 

 

Chiediamoci, piuttosto, qual è il modello nuovo di comunità cui poterci rapportare per individuare gli strumenti con i quali raggiungere obiettivi, soddisfare bisogni, creare opportunità ed innescare solidarietà vicendevoli, non a senso unico.

 

 

La sfida vera, nelle nuove comunità, è quella che vede i singoli comuni impegnati nel mettere insieme più servizi, con la consapevolezza che l’identità non è più il campanile, ma quella che si forma attraverso una capacità sovra-comunale che, in effetti, è l’unica in grado di attrarre risorse, flussi turistici e, quindi, in condizione di mettere in moto processi economici che incrementano la popolazione in un territorio.

 

 

Se offri di più, produci appetibilità e, quindi, attrai. Se attrai, vengono persone e si instaura anche un aumento di natalità per cui, le dinamiche cambiano e non è più, o, per meglio dire, non c’è più il solo figlio dell’avvocato che diventa avvocato, ma si innesca un’apertura culturale che allarga gli spazi sociali che si rigenerano, si rinnovano e moltiplicano anche le categorie con nuova linfa, ossigeno e ricchezza per il territorio.

 

 

Salzarulo, sindaco di Lioni, sposta l’oggetto della riflessione sulla difficoltà dei partiti a produrre la politica che legge i territori, che analizza ed individua gli strumenti per soddisfare i bisogni, specialmente in Alta Irpinia, a causa dell’assenza del materiale umano dileguatosi per lo spopolamento dei territori. Fino a poco tempo fa, riuscivo ancora a farmi una partita a carte al bar – con voce grave afferma -.

 

 

I miei compagni di gioco a carte, li tenevo di fronte e li guardavo in faccia, per cui stabilivo anche un contatto visivo, con trasferimenti vicendevoli di emozioni, di condivisioni, di contrapposizioni, in un rapporto di reciprocità delle sensazioni.

 

 

Gli altri, i pochi giovani che frequentavano il bar, invece, li vedevo solo di spalle perché giocavano con le macchinette ruba soldi, quindi assenti ed estranei al contesto sociale.

 

 

Oggi, purtroppo, non ho nemmeno la possibilità di farmi una partita, perché, in quel bar, non si riescono a trovare nemmeno quattro persone per giocare a carte. Perché? Semplice: non ci sono più le persone.

 

 

Mentre la demografia si incrementa nella bassa irpinia di circa 6 mila unità, nelle aree interne decresce perché le aziende che c’erano sono fallite e l’agricoltura non da più reddito. La provincia di Avellino si spopola perché non c’è lavoro e vanno via i giovani, dal 2002 specialmente in Alta Irpinia.

 

 

Nei piccoli centri chiudono le scuole perché si concentrano nei comuni più grandi, quindi, con i pochi figli che devono andare a scuola, si spostano anche i genitori che, a loro volta, contribuiscono a spogliare i piccoli centri.

 

 

Bisogna costruire un orizzonte entro cui ogni lembo di territorio possa essere inserito in un respiro più generale “è il progetto complessivo dentro il quale i singoli territori si rivedono – interloquisce il prof. Sibilio – in una prospettiva di futuro”. La grande decrescita che c’è in alta Irpinia – riprende Salzarulo –  fa chiudere scuole ed ospedali e determina per così dire uno spostamento coatto delle popolazioni che spogliano i nostri piccoli centri.

 

 

Se a tutto questo si aggiunge anche la tragedia della discarica ad Andretta (AV), ben si capisce che i piccoli centri dell’Alta Irpinia dove ancora si vive del contatto con le persone, non sono più appetibili come luoghi di residenza, per cui piombano irrimediabilmente in non luoghi.

 

 

Se si riesce a costruire una prospettiva – riprende ancora il prof. Sibilio – entro cui disegnare il futuro con un progetto zonale fra comuni, tenendo ferma l’identità che però deve essere proiettata in un luogo più ampio, può essere un mezzo idoneo per ripopolare le vostre zone.

 

Bisogna uscire dalle dinamiche dei comuni – in tal modo si inserisce nel vivo della discussione

Rosanna Repole – . Siamo riusciti a lavorare nei nostri paesi, sapendo che i servizi alla persona non esistevano.

 

 

Abbiamo messo insieme 25 comuni con stessi diritti e doveri rapportati alla consistenza dei residenti nei vari comuni (soldi messi dai comuni nel bilancio del Piano Sociale di Zona: la singola somma prevista in rapporto al numero dei residenti nei rispettivi comuni ricadenti nel Piano di Zona), garantendo, però gli stessi servizi a tutti.

 

 

Questo è successo perché non è stata la politica a decidere ma gli abitanti stessi, in prima persona. Nei servizi sono state impegnate persone del luogo e, adesso, stiamo progettando anche come stabilizzarli. Quindi, sono state create pure occasioni di lavoro stabile.

 

 

Non ci siamo fermati. Abbiamo messo in moto e creato anche logiche buone di integrazione, non a caso a Conza della Campania (AV) vive una numerosa comunità di rifugiati politici.

 

 

Ciò è stato possibile, a mio avviso, perché la programmazione, prima di passare alla progettazione, è venuta dal basso. È vero che tutte queste cose contribuiscono a ripopolare i territori, però, pur vero è che per raggiungere risultati c’è bisogno anche di una buona comunicazione. Le cose che abbiamo, dobbiamo anche saperle vendere.

Quello che mi porta tristezza – interviene nel dibattito Vanni Chieffo – è parlare di un ripensare ad un progetto di sviluppo per far restare i giovani in Campania. Manca una riflessione del perché oggi siamo qua a riflettere su una ipotesi di sviluppo dei nostri territori.

 

 

Qua c’è stata una valanga di investimenti materiali ed immateriali che poi non hanno fatto si che i nostri ragazzi potessero restare. Quindi, facciamo anche un’analisi critica sul perché l’enorme investimento non ha dato risultato.

 

 

Dobbiamo tutti riconoscere che è stato solo Maselli quando ha esercitato il suo ruolo di Presidente della provincia a tentare di mettere in campo una cabina di regia per coordinare i territori. Maselli non è stato più ricandidato e la cabina di regia che lui aveva gia organizzata, si è dematerializzata nei meandri di una politica non più buona.

 

 

I campanili hanno ingessato lo sviluppo e non hanno creato occupazione per i giovani. C’è bisogno di un bilanciamento tra investimento immateriale e strutturale.

 

 

Nel mentre Vanni Chieffo porta avanti la sua tesi, Amalio Santoro già stritola i suoi pensieri in una macina di considerazioni interiori e si prepara ad intervenire. Appare teso ed accigliato, rapito dai suoi tormenti intellettuali.

 

 

Ripiegato sull’ombelico dal peso dei suoi interrogativi, alza con pudica innocenza il suo ditino quasi temesse essere ritenuta inopportuna e fastidiosa la sua intrusione e, riprendendo l’oggetto della discussione: la parola territorio sta diventando ambigua, direi pericolosa perché dentro il territorio ci sta pure chi ci rimette la legge del sangue – spara la sua saetta nella sala attenta e muta –

 

 

C’è bisogno di sintesi fra territori. Chi li disegna? Credo che una possibilità di far sintesi la debba avere la politica, ma, oggi, mancano gli strumenti (partiti). In Irpinia siamo arrivati tardi alla post-modernità e ci siamo arrivati male.

 

 

Quando immaginiamo i territori, dobbiamo anche pensare di utilizzare le risorse (culture, valori, paesaggi) evitando di arrenderci all’urlo della conservazione: è una ricetta che ha fallito. Rovesciare la clessidra della storia non sarà facile perché, oggi, il nord pensa di abbandonare il sud.

 

 

Il nord pensa solo a se stesso perché ritiene che così facendo aiuta anche il sud. Confido che la politica possa ancora fare qualcosa per cambiare la tendenza. Per ciò che mi riguarda, io accetto la sfida di abbandonare la nostalgia della memoria per abbracciare la modernità.

 

 

Rispetto alla memoria – si inserisce il prof. Sibilio – i luoghi devono avere una memoria moderna. È necessario applicare strumenti moderni alla memoria, strumenti che la politica deve intercettare. La politica, però, non ha programmato la gestione. Dobbiamo valutare gli errori politici – riprende Santoro – per far nascere una nuova speranza in chi speranza più non ha.

Santoro termina la sua riflessione e subito, quasi a mo di rispetto per la profondità delle argomentazioni fino a questo punto espresse, il timbro corposo e grave della voce di Peppino Di Iorio, accarezza la benevolenza dell’attenzione.

 

 

Lo spaesamento della sinistra è dovuto alla scomparsa del rapporto con il territorio a causa della globalizzazione messa in campo – sentenzia –. La disgregazione che trovo in tutti i fatti economici e politici nella provincia di Avellino è dovuta, a mio avviso, alla incapacità di trovare una chiave di lettura della difficoltà.

 

 

C’è l’operaio che, in fabbrica risponde alla logica di quel sindacato, sul piano politico, però, risponde ad un’altra logica (vota Berlusconi). Per ciò che riguarda i fondi, penso che, quelli predisposti per il Mezzogiorno, siano stati utilizzati solo per la sua tenuta, non in funzione di uno sviluppo. Oggi, invece, bisogna fare un salto si qualità.

 

 

Si è disquisito sulla demografia, sullo spopolamento, sulla natalità, sui flussi migratori. A tutte le considerazione espresse io ne voglio aggiungere un’altra: c’è uno spostamento a valle dell’Alta Irpinia. In questo ultimo periodo, da una parta si nota un inurbamento attorno alla città di Avellino a causa di persone che si spostano dalle zone interne della provincia e, dall’altra, un altro intorno alla cintura perimetrale di Monteforte, soprattutto per concentrazioni provenienti da Napoli.

 

 

I flussi provenienti da Napoli sono dovuti, a mio avviso, alla difficoltà di vita nella metropoli che non viene più vista come luogo di residenza ma, solo come località dove si lavora, mentre, quelli provenienti dalle zone interne dell’Irpinia sono dovuti alla inesistenza delle opportunità di lavoro in quei piccoli centri.

 

 

Se non creiamo lavoro in questi territori, corriamo il rischio di progettare per territori senza abitanti. È il lavoro che popola i luoghi. Per cui, o c’è crescita complessiva del territorio o c’è la morte dei territori. Sono convinto che sarà solo un’elevazione della produttività dei territori che favorirà sia l’integrazione, sia il ripopolamento.

 

 

A seguire – nella sala con i convenuti ancora sotto ipnosi dall’intercalare di Di Iorio e senza soluzione di continuità – Giuseppe Sierchio, sindaco di Calabritto, a tutte le considerazioni espresse e su cui si ritrova perfettamente, aggiunge: “avere il coraggio di dare risposte prescindendo dai localismi e dai territorialismi, sarà la chiave di volta per ovviare alle difficoltà”.

 

 

Sono perplesso quando concentriamo la discussione su alcune categorie che rischiano di stravolgere la visione della realtà – riannodando il filo del ragionamento Francesco Maselli, già presidente dell’Ente Provincia di Avellino ed indiscusso leder del PD irpino, dice -. Non credo che fare riferimento alla comunità legata al territorio dia risultati positivi.

 

 

Diverse sono le comunità: comunale, provinciale, regionale, nazionale e virtuale; si, anche quest’ultima è una comunità. Il territorio è un fattore di produzione quando è un qualcosa da cui partire con confini indefiniti, perché, i detti confini, vanno individuati in funzione di un’azione che si deve svolgere, cioè un’azione globale-localizzante e locale-globalizzante, non quella di una globalizzazione globalizzante.

 

 

La globalizzazione globalizzante altro non è che il cosiddetto fenomeno della macdonaldizzazione: le grandi multinazionali delocalizzandosi in tutto il mondo tendono ad imporre una cultura di un certo territorio ad altri territori.

Non è più, quindi, il sistema sociale che si attrezza per rispondere alle richieste degli individui, ma sono, invece, i grandi gruppi industriali e di potere che orientano le richieste sui loro modelli.

Cosa, allora, possiamo contrapporre a questa filosofia incalzante? Ad essa possiamo rispondere, sempre secondo la sociologia contemporanea, con la localizzazione localizzante.

 

 

La localizzazione localizzante, in effetti, non è altro che un insieme di cose che nascono sul piano locale e si proiettano sul globale con la propria cultura, mettendola dentro uno scenario che riguarda l’intero mondo.

 

 

La politica – afferma- deve essere intesa come socialità collettiva ed il territorio deve essere visto e considerato come patrimonio.

 

 

È un territorio, però, che deve essere inserito e rapportato al globale perché è la globalità che regola i flussi sociali ed economici non solo, ma li influenza anche, determinando o meno l’economia.

 

 

È questo il modello cui io tendo. Quindi, dico, che il programma non deve essere fatto in funzione del territorio, ma in funzione anche dei vincoli esterni che non sono decisi dai territori, ma dai livelli superiori: Regione, Stato, Europa.

 

 

Quello che, a mio avviso, i territori devono fare, è progettare in funzione delle scelte strategiche dell’Europa (Corridoio 8, ad esempio). Per questo motivo io non credo alla programmazione. Credo, invece, sia opportuno soffermarsi sulla progettazione, in rapporto alle scelte strategiche su cui si investono fondi enormi.

 

 

Quindi, non programmi, ma strategie idonee ad utilizzare idee di ampio respiro già individuate.

 

 

Ho – e qua termino davvero – la convinzione che sbagliamo se parliamo troppo di sviluppo e poco di crescita. Per parlare di crescita, dobbiamo attivare processi e metodologie che ci portano ad una e governance degli enti. Non escluderei, infine, di fare una riflessione anche sul cosiddetto capitale sociale che rappresenta uno dei limiti del Mezzogiorno e della Campania.

 

 

Oxana Bibliv, la rappresentante degli Ucraini in provincia di Avellino, getta sul tavolo della discussione il problema “integrazione”. Nella sua analisi parte dalle categorie degli immigrati: i regolari e gli irregolari.

Sofferma la sua attenzione sugli immigrati irregolari dei quali – dice – esistono tre sottoclassi: le badanti che, in un certo senso, stanno per essere salvaguardate, coloro che lavorano onestamente, però, non hanno il permesso di soggiorno e, infine, i Rom, popolo nomade ed etnia di per sé non inquadrabile in un assetto di regole che si rapportano al contesto in cui momentaneamente vivono.

 

 

Non so se esiste una ricetta per garantire l’integrazione ma, so che, forse, è la conoscenza, il dialogo che può favorire l’integrazione.

 

 

Dopo l’approvazione del Decreto Legge, gli immigrati pensano se possono ancora ritenere l’Italia come paese appetibile per il lavoro. Ora , iniziano a pensare quasi di ritornare a casa.

 

 

Credo, invece, che la solidarietà debba essere intesa nel senso di capire l’uomo immigrato ed aiutarlo ad integrarsi nella società con i suoi diritti ed i suoi doveri. C’è bisogno, quindi, – e conclude – di una politica di inclusione, non di assistenza.

 

 

Ritornando sulla territorialità, Adiglietti Gerardo che proviene dal mondo dirigenziale del sindacato, afferma: ci siamo illusi che il terremoto poteva risolvere tanti problemi ed aiutare le comunità a crescere. Non è stato così. Non a caso ci sono siti industriali senza obiettivi strategici. In quasi tutti i comuni della provincia, infatti, abbiamo i siti ( le aree P.I.P.), non abbiamo gli investimenti che vengono fatti all’estero.

 

 

Carmine De Blasio, giovane direttore di un Piano di Zona, noi non crediamo – afferma – che qua si possa creare un futuro e, questo, è lo specchio della solitudine in cui il cittadino vive. Ci troviamo nel pieno della trasformazione della società e dobbiamo capire come si vive il presente.

 

 

Se per anni abbiamo elaborato grandi progetti, non abbiamo, però, creduto in quei progetti. Il nostro limite è stato la saggezza del nonno che ci hanno inculcato. Per questo motivo, stiamo ancora aspettando che qualcuno, con la bacchetta magica, ci dia la soluzione ai problemi che sono nostri.

 

 

Non è tanto avere il progetto buono ed avere i soldi, quanto credere in quel progetto. Secondo me, la vera partita è modernizzare il nostro territorio ed essere convinti di poter vivere in un paese dell’Alta Irpinia moderno.

 

 

Il giovane sindaco di Frigento, Luigi Famiglietti, agganciandosi alla riflessione di De Blasio esplicita: sono queste le considerazioni che si possono fare in un partito come il nostro (PD) che sta nascendo?

 

 

Oggi, per forza di cose, è necessario che, prevalentemente, parliamo delle politiche di lungo periodo. Il problema di un giovane non lo si deve porre ad una persona di ottanta anni (Ciriaco De Mita). Ci troviamo in mare aperto e siamo noi che dobbiamo scegliere la strada, tutti insieme.

Secondo Gerardo Moscariello, montellese che nella seconda metà degli anni 80 è stato anche consigliere provinciale, l’abbattimento della demografia è dovuta sia perché c’è diminuzione della natalità, sia perché i giovani vanno via.

 

 

Gli enti non li valorizzano: non c’è ricerca, innovazione ed i giovani laureati e diplomati, da queste parti si sentono perduti. Dove mettono in pratica le loro professionalità, le loro capacità ed i profili tecnici acquisiti?

 

 

Se parliamo ancora di infrastrutture, siamo al paradosso.

 

 

Sarebbe opportuno, invece, predisporre un progetto globale che rivaluti le nostre risorse . . . altro che infrastrutture! A questo devono pensare le forze politiche che, fino ad oggi, sono state assenti o non hanno saputo utilizzare bene le possibilità del territorio.

 

 

La discussione si esaurisce con le argomentazioni di Franco Chieffo, assessore del comune di Montella, territorio che ha ospitato il convegno. Ho condiviso – sostiene – molto di quanto è stato detto. Ritengo che la politica debba fare un passo indietro.

 

 

Sono convinto che alle associazioni culturali che insistono sul territorio spetta il compito di analizzare e dare risposte. È il territorio che deve essere posto al centro dell’analisi e dell’attenzione.

 

 

È con la tutela dei suoi paesaggi e la promozione di questa ricchezza naturale che questi lembi di terra possono sfruttare la grande risorsa del turismo ed incrementare l’economia di queste zone. A proposito di turismo, io parlerei più di turismo di qualità, non di massa che da queste parti è venuto anche per depositare i sacchetti di immondizia.

 

 

Si è fatto tardi. È molto tardi e la notte ha stretto nel suo abbraccio caldo e silenzioso i convenuti ed il convento.

 

 

Guadagniamo l’uscita attraversando la navata centrale della chiesa incastrata in opere d’arte e perimetrata da bassorilievi antichi e preziosi, sotto lo sguardo allertato delle immense canne di un grandissimo organo del 600.

 

 

Ognuno ripiomba nei suoi pensieri, distratti solo dal chiacchiericcio dei grilli che intonano una canzone d’amore alla natura circostante che è immersa in un corollario di vette, sentinelle attente che vigilano sulla valle.

 

 

Il corpo reclama sostentamento: dove si va? La trattoria è lì vicino.

Quale occasione migliore per socializzare e stemperare in un humus amicale gli interrogativi che ognuno si porta appresso. Valorizzare i luoghi, attingere dalle sue risorse indigene . . . è proprio questo che stiamo facendo.

bernardino tirri

 

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